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EDITORIALE  

Con Biden gli Usa riprendano un ruolo chiave

di Domenico Cacopardo -

25 novembre 2020, 08:55

Con Biden gli Usa riprendano un ruolo chiave

La notizia che aspettavamo s’è diffusa nella notte tra lunedì 22 e martedì 23 novembre. L’amministrazione Trump ha autorizzato il presidente-eletto Joseph R. Biden a iniziare il processo di formale transizione, dopo che anche il Michigan ha certificato la sua vittoria. «Un forte segno che l’ultimo tentativo di rovesciare il risultato delle elezioni era avviato alla sua fine», commenta il New York Times. 
A dire il vero, Trump si è trincerato dietro la «decisione» (che ha accettato formalmente) di Emil W. Murphy, il capo del General Services Administration, di avviare la transizione, ma non ha concesso la vittoria e persiste nei suoi sforzi per cambiare l’esito del voto. Con l’ennesimo tweet ha reso noto di avere incoraggiato il proprio team a «fare ciò che va fatto», intendendo però continuare a pestare l’acqua nel mortaio della contestazione dell’esito del voto.
Ogni bilancio sulla partita in corso è prematuro. Tuttavia, qualche considerazione può essere azzardata. Guardiamo Trump. Non c’è dubbio che, come ha scritto il britannico Guardian - e da noi Massimo Gaggi sul Corriere -, le operazioni post-voto del tycoon dell’edilizia fanno parte di un piano di azione da tempo predisposto per il caso (ritenuto concreto) di una sconfitta elettorale e per l'ipotesi di una ricandidatura nel 2024. In questa tattica vanno ricompresi i tentativi di sovvertire l’esito delle elezioni che non sono terminati, trasformandosi in minacce nei confronti dei parlamentari repubblicani negli stati  perché ignorino il risultato e designino «grandi elettori» disposti a votare Trump. Non so che fine faranno queste operazioni, ma giorno per giorno si consolida la sensazione che Trump o non Trump il risultato elettorale si vada affermando anche nelle menti e nelle volontà degli esponenti repubblicani sparsi nel territorio. Ma è probabile che le iniziative di Trump per sovvertire illegalmente il risultato elettorale non passino inosservate nel paese e provochino qualche reazione giudiziaria che si sommerebbe a tutto ciò che è stato sospeso per il ruolo presidenziale da lui rivestito.

La cosa più importante, peraltro, su questo punto è che la Costituzione americana, adottata il 15 settembre 1787 (prima della Rivoluzione francese), considerata un esempio nel mondo, presenta rischiosi varchi verso chi intende mettere in discussione il sistema e imporre un’autocrazia. Intendiamoci, il presidente che viene eletto in Usa è un autocrate, con poteri consolari, ma sin qui nessuno si era spinto a tanto quanto tentato da Trump. Anche se il risultato finale non lo premierà, il tentativo, cui si accompagna il sostegno di varie e numerose milizie armate, rimane e testimonia i punti fragili di una democrazia.
La libertà e la democrazia non sono conquistati per sempre, ma vanno sempre difese, giorno per giorno.
Si è aperto anche un dibattito sulla fine o sulla permanenza del trumpismo, che credo intempestivo. Il trumpismo - e più specificamente il sovranismo trumpiano - sopravviveranno in relazione a fatti esterni che non sono in controllo di Trump e dei suoi seguaci. Per molti versi sono nelle mani di Joe Biden e dell’amministrazione che verrà. I primi passi del presidente eletto, infatti, hanno una identità precisa, antitetica alle modalità cui Donald Trump ha improntato la sua politica estera. Il mondo che Biden trova è un mondo di macerie per l’America. Decenni di proficue relazioni spazzati via e, ovunque, gli Usa sono ininfluenti o assenti. La «Regional Comprehensive Economic Partnership» (Rcep) ha stabilito una primazia commerciale cinese (con relativa leadership) su Australia, Brunei, Cina, Cambogia, Corea del Sud, Giappone, Indonesia, Laos, Malaysia, Myanmar, Nuova Zelanda, Filippine, Singapore, Thailandia e Vietnam e sostituito (archiviandola) la Tpp («Trans-Pacific Partnership») stipulata il 4 febbraio 2016 da Australia, Brunei, Canada, Cile, Giappone, Malaysia, Messico, Nuova Zelanda, Perù, Singapore, Usa e Vietnam alla quale Donald Trump ha ritirato l’adesione. Anche fuori dallo scacchiere asiatico, il panorama è sconfortante: la stessa sconfitta dell’Armenia da parte dell’Azerbaigian, sostenuto dalla Turchia, è l’effetto della cessazione di ruolo americano. Per non parlare della Libia, nella quale spadroneggia il battaglione Wagner, una forza armata privata russa che supportando il generale Haftar, consolida la presenza e il potere russo. Per elencare comunque le assenze americane non basterebbero pagine di giornale. Ora Biden ha manifestato il proposito di riconquistare il posto di «capo tavola» che spetta agli Stati Uniti. Una lodevole e condivisibile intenzione che, per essere realizzata, comporta mesi di ritessitura di rapporti, di presenze anche militari, in una parola di «politica». Da questo punto di vista, la nomina di Anthony Blinken a segretario di Stato manifesta proprio la volontà di ricostruire un’immagine e una politica internazionale Usa. Dall’efficacia delle politiche, anche interne, della nuova amministrazione democratica dipende il futuro del trumpismo. A questo fine, va considerato che Joe Biden è un vecchio animale politico, componente e frequentatore delle assemblee parlamentari. Biden sa come si può attenuare la tensione con congress-men e senatori repubblicani, quali strade percorrere per cambiare il clima del Paese e ricostruire un sistema di relazioni basato sul comune interesse dei cittadini americani.
Insomma, il cantiere non è ancora aperto, ma si sta provvedendo dei materiali umani necessari perché sia aperto e si realizzi un progetto che non è scoppiettante come quelli del passato, ma può rivelarsi più solido e concreto di quello, in fin dei conti deludente, di Barack Obama. Quel che accadrà non ci è indifferente: al di qua dell’Atlantico, l’Europa può e deve riprendere il cammino e il ruolo che le compete. D’accordo con l’alleato storico, gli Usa.
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