Sei in Editoriale

EDITORIALE  

Disuguaglianza inaccettabile che uccide il bene comune

di Fabrizio Pezzani -

27 novembre 2020, 09:29

Disuguaglianza inaccettabile che uccide il bene comune

Alla fine siamo arrivati al fondo del barile ma continuiamo a raschiare sempre più in fondo  eppure da anni si scrive del fallimento di un  modello socioculturale che ci ha portato nel caos. Le classi dirigenti sono ingabbiate in un pensiero unico che le stordisce e le priva di quella creatività e dell’emozionalità sociale ed umana  necessaria per affrontare un crescente disordine e disuguaglianza  che possono portare la società al collasso. Nella lunga storia dell’uomo  tutte le società sono saltate solo per due motivi: la guerra e la disuguaglianza; il diciannovesimo secolo è stato il segnale della discontinuità storica con i richiami alla libertà, all’uguaglianza ed alla felicità. 
Nel 1948 sono stati scritti sul sangue di due guerre mondiali i diritti fondamentali dell’ uomo in occasione della costituzione delle Nazioni Unite come pietre miliari da non dimenticare mai ora però  tutti quei diritti  sono volati via  nell’indifferenza per perseguire l’ interesse personale esclusivo.
Il covid non è la causa del dramma quotidiano ma solo l’effetto  ed ha messo in luce anni di dissennata politica di spesa  corrente usata solo come strumento di raccolta di consenso politico a scapito della sanità , della scuola , delle infrastrutture, del sistema di welfare…, della ricerca di un bene comune troppo spesso invocato solo come un’ipocrita foglia di fico da parte di una classe politica che si è completamente staccata dalla realtà   e troppo intenta al mantenimento della sua sopravvivenza. 
A fronte di una rivoluzione finanziaria che ha eretto la finanza a verità incontrovertibile  la gente è stata indotta a credere nell’abbondanza infinita ed al consumo a debito; si è creata a livello globale una concentrazione di ricchezza nelle mani di pochissimi che non ha precedenti nell’intera storia dell’uomo. Tutto questo è stato possibile grazie alla collusione tra finanza, politica ed accademia  che ha consentito di spacciare come pietra filosofale una finanza totalmente priva di fondamento scientifico e reale inondando il mondo di prodotti tossici come i derivati, i mercati Otc... di cui nessuno capiva nulla perché tutto era mascherato dai media controllati dagli interessi di pochi e da una politica sotto scacco e suddita  della finanza. Così intrappolati dal pifferaio magico ci siamo avviati come i lemming  verso il dirupo dimenticando che si guadagna per vivere e non il contrario perché la vita diventa un mezzo e non più un fine.
La finanza sostenuta dai media è asimmetrica all’economia reale, l’unica che genera vera ricchezza; il distacco nel 1971  dall’oro e dal riferimento ad un bene reale ha dematerializzato la ricchezza che oggi è solo un numero che cambia in continuazione frutto di una speculazione infinita. Questa sirena, alimentata dal suicida mantra del  «creare valore per gli azionisti» ha incantato tutti a danno della nostra storia cancellando aziende per correre dietro ad una delocalizzazione selvaggia ed ai paradisi fiscali che hanno cancellato posti di lavoro e parte di quella attività manifatturiera che ci ha portato tra i paesi ad elevata ricchezza. 
Ritornare all’economia reale ed all’uomo è la frontiera culturale che dobbiamo affrontare per combattere una povertà crescente ed una disuguaglianza inaccettabili; il passaggio non è facile perché i problemi sono sempre problemi di uomini; certamente l’esclusivo ricorso ad una sterile cultura giuridica espressa da una marziana burocrazia diventa una soffocante garrota e va disinnescata. L’effetto di questa cultura sui sistemi di controllo è devastante, la forma diventa sostanza e nessuno controlla nulla. 
La povertà si combatte creando lavoro e non dando sussidi ma questo non è nella cultura della classe dirigente attuale, parlare di patrimoniale è una dissennatezza perché c’è già e si chiama Imu che diventa strangolante; le imprese non possono più sottostare alla garrota della distribuzione dei dividendi a tutti i costi   che le impoverisce  in  una logica del breve tempo ma l’economia reale opera nel lungo tempo; si deve ripensare in una logica di collaborazione perché solo l’arricchimento del capitale sociale può garantire quello economico ma mai il viceversa.
Il libro di Quolet ricorda che vi è un tempo per tutte le cose: «Tutto ha il suo momento  ed ogni evento ha il suo tempo  sotto il cielo»; Sant'Ambrogio citando il libro  scriveva: «I semi si aprono  nella loro stagione , gli animali partoriscono nella loro stagione... infatti c'è sempre un tempo per partorire ed un tempo per morire... C'è un tempo per guadagnare ed un tempo per restituire, un tempo per conservare ed un tempo per gettare via».  Proviamoci.