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EDITORIALE

Le ambizioni di Conte e la politica dei due forni

di AUGUSTO SCHIANCHI -

01 dicembre 2020, 09:51

Le ambizioni di Conte e la politica dei due forni

Le ambizioni del Presidente del Consiglio Conte sollevano perplessità e domande tra i suoi alleati e avversari. La sua non mascherata intenzione di costruire un modello personale di assegnazione dei fondi del Recovery Fund in modo di mantenersi l’ultima parola, induce a chiedersi il perché di questa volontà decisionista.

La risposta è semplice: Conte si avvicina alla prova elettorale tra tre anni, preparando una propria candidatura per succedere a se stesso. Con l’appoggio incondizionato dei Cinquestelle, i quali oggi non sono in grado di presentare un candidato altrettanto autorevole.

Conte rappresenta la versione aggiornata della politica di Andreotti: nessuna discussione ideologica sul bene e sul male; una politica tutta pragmatica di (presunta) soluzione dei problemi, a seconda del caso specifico e del momento; le alleanze basate sulla politica dei due forni. Per il resto insistere sulla politica di abolizione della povertà, senza ridurre la ricchezza. 

Secondo i media internazionali, l’Italia è il paese più caotico del mondo (tra i paesi industrializzati); in realtà, per chi lo conosce bene, l’Italia è il paese più stabile del mondo. Il mare italiano, continuamente scosso da onde burrascose, in realtà sotto è governato da una rete di connessioni, saldate da robusti compromessi, che assicurano una grande stabilità nel lungo periodo.

Il problema Conte non è suo, ma piuttosto dei suoi avversari, in particolare del suo alleato di oggi.

Con previsione spannometrica, le prossime elezioni finiranno (più o meno) in un pareggio al 20 percento ciascuno per le 4 forze politiche principali, con il restante 20 percento per Berlusconi e Renzi, che faranno da ago della bilancia. A quel punto, il pragmatico Conte si ripresenterà con un programma flessibile, tale da adattarsi alle richieste della Lega (magari guidata da Zaia o Giorgetti) o a quelle del Pd. La scelta tra i due alleati dipenderà dalla trattativa sulla spartizione dei posti. Cioè ci ritroveremmo esattamente al punto di partenza di questa legislatura. Con il Presidente Conte nella condizione di poter adottare la politica andreottiana dei 2 forni.

Se il Pd vuole uscire da questa ragnatela, deve riprendere l’iniziativa politica, da subito. Anzitutto rafforzare le proprie posizioni qualificanti, a partire dall’uso dei fondi del Recovery, del Mes e del progetto di un nuovo sistema elettorale; senza drammatizzare ma senza riverenza inappropriata nei confronti dell’alleato. 

Il punto debole dei Cinquestelle sono le elezioni in primavera; questo non deve essere la base di un ricatto politico. Ma nemmeno impedire la richiesta da parte del Pd di un chiarimento non equivoco sulle cose da fare sino alla fine della legislatura.

Il Partito democratico deve dotarsi di un piano B, se non vuole essere lui stesso vittima del contro-ricatto dei Cinquestelle (non potrai avere altro alleato al di fuori di noi).

Il Pd non deve sproloquiare con ipotesi di cancellazione del debito pubblico (a spese dei risparmiatori italiani!); oppure vagheggiare imposte patrimoniali, in un paese che vanta 100 miliardi di evasione fiscale. Basta chiedere l’applicazione delle leggi già vigenti.

Come spesso accade in politica, il Presidente Conte sta dettando l’agenda di governo (anche approfittando giustamente dell’eccezionale crisi sanitaria per il Covid); ma non per forza propria, soprattutto per la debolezza del suo alleato.

La gente è stanca, sfiduciata, senza progetti. Ed il segno evidente non è il numero dei decessi, ma quello dei bambini che non nascono, le culle vuote. 

Gli effetti dell’attuale crollo demografico sono distanti nel tempo, ma non troppo. Coinvolgeranno i nostri nipoti che potranno sì contare sull’aiuto di robot ed intelligenza artificiale, ma la creatività e la capacità di relazionarsi sono solo delle persone.

Siamo già in campagna elettorale? No, ma stiamo facendo di tutto per arrivarci presto.