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EDITORIALE

Quell'intreccio indissolubile tra politica ed economia

di Augusto Schianchi -

12 dicembre 2020, 12:19

Quell'intreccio indissolubile  tra politica ed economia

L’intreccio tra politica ed economia esiste da sempre. Giulio Cesare si autofinanziava depredando le terre conquistate (a cominciare dalla Gallia dove venne eseguito un vero genocidio), così mantenendo legioni di soldati fedelissimi al suo comando. Nel 1600, le varie monarchie (inglesi, francesi ed olandesi) costituirono le rispettive Compagnie delle Indie alle quali assegnarono il monopolio dei commerci nelle rispettive colonie. La più famosa fu la britannica Compagnia delle Indie Orientali. Era una società anonima (radice delle moderne società per azioni), svolgeva non soltanto funzioni commerciali, ma anche amministrative e militari. Incluso l’ingaggio della pirateria (il famoso Capitan Kidd), e la detenzione di Napoleone a Sant’Elena. Fu pure coinvolta nel Boston Tea Party, che darà poi origine alla guerra d’indipendenza e successiva fondazione degli Stati Uniti. La Compagnia soffrì profondamente per la prima rivoluzione industriale dell’800, per infine chiudere nel 1874. 
Con la rivoluzione industriale, il mutato contesto economico cambiò la forma dell’intervento pubblico nell’economia, ma - come hanno ben illustrato Giavazzi sul Corriere e Sapelli su questo giornale - la sostanza non cambiò: lo stato (qualunque fosse il suo assetto istituzionale) ha da sempre assunto il compito di difendere i propri interessi nazionali. Lo ha fatto bene (come l’Iri negli anni ’30 per l’eccezionale qualità dei propri dirigenti), lo ha fatto male (come per gli interventi nel Mezzogiorno); con poca o tanta corruzione (per il terremoto dell’Irpinia lo Stato ha pagato un miliardo di lire per ogni famiglia colpita); ma questa è storia.
Oggi il contesto economico è di nuovo radicalmente cambiato, per la rivoluzione tecnologica e la globalizzazione. E necessariamente è cambiato l’ambiente all’interno del quale operano le imprese, soprattutto le grandi imprese, quotate in borsa, con un grande numero di soci risparmiatori, che non partecipano alla gestione dell’impresa, ma restano in “fiduciosa attesa” dei dividendi (e dell’aumento delle quotazioni di borsa).
 Oggi la gestione delle grandi imprese è un problema esistenziale: per il sistema economico, per i risparmiatori, per il paese nel suo complesso; per il suo futuro in ottica di sostenibilità ambientale e di benessere delle future generazioni. E lo è anche per la democrazia, perché uno sviluppo che aumenta le diseguaglianze sociali, nel lungo periodo si autodistrugge, perché aumenta la quota dei cittadini “che comunque non hanno nulla da perdere”.
Non s’immagini che il Parlamento sia in grado di scrivere una legge che ponga tutto sotto controllo, perché è tecnicamente impossibile e giuridicamente impraticabile. La riforma bancaria negli Stati Uniti voluta da Obama, dopo la crisi del 2008, con i decreti applicativi è (per ora) a quota 10 mila pagine.  Il ruolo delle grandi imprese è fondamentale, ma il suo governo è complesso, ed è sciocco pensare che per un problema complesso ci sia sempre una soluzione immediata e semplice, perché questa soluzione è sempre “sbagliata”.
Nell’ultimo ventennio, la complessità del mondo dei risparmiatori è ulteriormente accresciuta per la diffusione dei fondi d’investimenti. Ormai nessuno più risparmia “da solo”; i propri soldi si danno a un fondo d’investimento, che provvede in autonomia (rispettando la propensione al rischio del risparmiatore). Il punto è che i fondi d’investimento più grandi non si accontentano più di partecipare alla proprietà senza decidere, ma sono diventati attivi sul piano delle scelte di gestione delle grandi imprese partecipate. Il caso BlackRock, come Goldman Sachs, JPMorgan Chase ne sono gli esempi più lampanti. I quali posseggono quote di partecipazione (seppure non di controllo) nelle grandi aziende multinazionali, la cui azione ha poi enormi impatti sulle economie nazionali.
Siamo quindi di fronte ad un doppio strato di governo: uno di carattere “costituzionale”, l’altro di carattere finanziario. Che peraltro non è estraneo al primo stato, perché la finanza rappresenta una consistente quota di risparmio nazionale, risorsa primaria dello sviluppo del paese.
Questo problema è comune a tutti i paesi industrializzati, esattamente come allora lo fu per gli Inglesi la chiusura della Compagnia delle Indie. E’ la questione dell’incontro tra risparmio dei cittadini e scelte d’investimento degli imprenditori; gli economisti se ne occupano da almeno 200 anni, senza naturalmente trovare verità assolute, valide per tutti.
Non esistono “soluzioni immediate e semplici”. Immaginare una risposta sovranista contro i mercati e la finanza internazionali, è illusoria e pericolosa. Illusoria, perché perdente (come dimostrano gli esempi in giro a cominciare dall’Argentina, un tempo settima potenza economica mondiale); pericolosa, perché l’Italia è parte integrante dei mercati e della finanza internazionale. Lo sono i nostri risparmiatori, le nostre imprese, i nostri titoli pubblici quotati sui mercati mondiali. Non è mai buona politica fare del male a sè stessi.
Tempo fa il Financial Times chiese: cosa direbbe oggi Carlo Marx di fronte al nuovo sistema capitalistico? Risposta: “Avevo ragione”. I lavoratori con i propri risparmi investiti nei fondi pensione stanno diventando i proprietari delle imprese dove lavorano. Stanno diventando padroni di loro stessi. I fondi d’investimento attivisti, che intervengono nella gestione delle imprese, sono i loro legittimi rappresentanti. 
Il mondo è davvero cambiato.