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EDITORIALE

Caso mascherine: quell'ignobile spreco di soldi

di Claudio Rinaldi -

14 gennaio 2021, 08:39

Caso mascherine: quell'ignobile spreco di soldi

La notizia – contenuta nel Piano pandemico 2021-2023 messo a punto nei giorni scorsi – è che per affrontare nuove eventuali pandemie, nel caso manchino le risorse, occorrerà scegliere chi curare. Proprio così scrivono gli esperti del dipartimento Prevenzione del ministero della Salute nel documento che presto verrà inviato alle Regioni: «Quando la scarsità rende le risorse insufficienti rispetto alle necessità, i principi di etica possono consentire di allocare risorse scarse in modo da fornire trattamenti necessari preferenzialmente a quei pazienti che hanno maggiori possibilità di trarne beneficio».

Bene, cioè male. Ci sta che si possa arrivare a essere costretti a fare delle scelte, anche se si fa fatica ad accettare la cosa, un po’ come quando, nel pieno della prima ondata dalla pandemia, i posti in terapia intensiva erano di gran lunga inferiori alle richieste e si doveva scegliere chi ricoverare e chi sacrificare. È una cosa orribile, ma è successa.

Qui, però, il discorso è un altro. Perché se la mancanza di risorse è diretta conseguenza di comportamenti scellerati, allora la questione è più seria. E, soprattutto, apre autostrade di sconforto e rabbia davanti a tutti noi. Chi abbia visto l’ultima puntata di «Report» sa a cosa si allude: allo scandalo delle mascherine acquistate in Cina nel bel mezzo dell’emergenza sanitaria dello scorso marzo, quando c’era un disperato bisogno di presidi.

Gli inviati della trasmissione di Raitre hanno dedicato un’inchiesta alla maxi fornitura di mascherine affidata dal commissario Domenico Arcuri a Mario Benotti e Andrea Tommasi e alla conseguente inchiesta penale che è stata aperta. I giudici decideranno se siano stati commessi reati. Nell’attesa, però, lo sdegno del telespettatore è ampiamente giustificato dalle cifre che sono state riportate, tra gli imbarazzanti silenzi di Arcuri in risposta alle richieste di trasparenza dei giornalisti nelle rituali conferenze stampa e le goffe giustificazioni di Benotti alle domande incalzanti e scomode quanto puntuali dell’autrice del servizio.

L’Italia ha speso circa un miliardo e 200 milioni in mascherine acquistate in Cina. Una commessa da 590 milioni alla Wenzhou Light, per mascherine Ffp2 e Ffp3, e una di 633 milioni alla Luokai, per mascherine chirurgiche e Ffp3. Missione portata a termine da Mario Benotti – giornalista Rai in aspettativa, ex direttore di Rai World, oggi a capo di un’azienda che produce microcomponenti elettronici per le telecomunicazioni e presidente del consorzio Optel – e dal suo amico Andrea Tommasi, ingegnere aerospaziale, titolare dell’azienda  SunSky. Ai quali poi le aziende cinesi hanno riconosciuto una mediazione stimata in 60 milioni di euro (48 a Tommasi e 12 a Benotti). Peccato che ci sia qualcosa che stride, e non poco, nella ricostruzione della vicenda. Tipo che la Luokai è stata costituita cinque giorni prima della firma del contratto di fornitura. Da quell’azienda il nostro Paese ha acquistato 121 milioni di mascherine Ffp3 a 3,40 euro l’una. L’inviato di «Report» ha fatto richiesta alla stessa azienda di acquistare un certo numero di mascherine: nessuna trattativa, solo una richiesta via email. Risposta: affare fatto, le vendiamo a un euro e mezzo l’una.

Un imprenditore ha poi raccontato di aver trovato – in quegli stessi giorni di emergenza assoluta – un’azienda coreana in grado di offrire una fornitura di mascherine a 70 centesimi l’una. Segnalazione subito inoltrata ai massimi vertici dei nostri governanti, da Conte e Arcuri in giù. Risposte ricevute: nessuna. Si è sentita anche la testimonianza di un’azienda cinese che produce mascherine chirurgiche. Quanto costa la produzione? Due centesimi a mascherina. A quanto vengono vendute? Il presso più basso è 3 centesimi. Quanto le abbiamo pagate noi? Fino a 55 centesimi.

Un operatore di import/export con la Cina garantisce che in luglio l’Italia ha pagato le mascherine 297 euro al chilo, rispetto a una media di 28 (sì, oltre dieci volte tanto). Gli inviati di «Report» hanno anche scoperto le diramazioni italiane di un’altra società cinese fornitrice di mascherine.

Diramazioni che portano dritte a un improbabile negozio di abbigliamento a Roma, il cui referente è un manager dell’azienda cinese che ha firmato un contratto d’oro.
Dove pensiamo di andare, di questo passo? In malora, ahinoi. Per cominciare, quando non ci saranno fondi, sceglieremo chi curare e chi no. Anche grazie a questo ignobile e meschino modo di gestire la cosa pubblica e i nostri soldi.

CLAUDIO RINALDI
claudio.rinaldi@gazzettadiparma.it