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EDITORIALE  

Conte e i suoi, inadatti per le sfide europee

di Domenico Cacopardo -

27 gennaio 2021, 08:41

Conte e i suoi, inadatti per le sfide europee

Lunedì mattina, Giuseppe Conte è stato riportato alla realtà dal presidente della Confindustria Carlo Bonomi, uomo determinato come pochi a difendere gli interessi del Paese e quelli dei produttori di ricchezza. Credeva, il premier, di poter mettere in tavola l’aria fritta di cui si nutre normalmente, ma, in particolare, il Recovery Plan, quando ha ascoltato parole di verità per lui inconsuete: «Il piano non è conforme alle linee guida di Bruxelles»; va definita bene e chiaramente la «governance»; va superato lo scollamento tra la direzione che la Commissione europea ha indicato e il Plan italiano, partendo dalle riforme che da anni l’Europa chiede all’Italia («mercato del lavoro, della Pa e della giustizia»); l’Unione europea ha posto altresì l’aut-aut «prima le riforme e poi i soldi» del Recovery Fund. Insomma: «Niente riforme, niente soldi». 
Fonti indipendenti di Palazzo Chigi definiscono il premier esterrefatto e senza parole. Probabilmente, non aveva mai valutato prima la gravità e il valore delle questioni prospettategli. E qui che casca (senza offesa) l’asino. Il Recovery Fund è stato deciso nel luglio dell’anno scorso e il 10 novembre il Parlamento europeo, gli stati membri e il Consiglio hanno raggiunto l’accordo sul bilancio a lungo termine dell’Unione, nel quale è compreso il fondo, la cui denominazione è stata aggiornata in Next Generation EU, per indicare la sua destinazione elettiva verso le prossime generazioni.

Ora, parliamoci francamente. Le riforme che l’Italia, a normativa europea vigente (sospesa per l’emergenza Covid-19), «deve» ai suoi partner per non destabilizzare l’Unione non solo non sono state realizzate, ma nemmeno approcciate. E per una specifica ragione: le forze politiche della maggioranza, a partire dai 5Stelle e per finire con il Pd, la cui dirigenza ha ripreso i connotati della «ditta» disegnati da Pierluigi Bersani, non ne hanno alcuna voglia. 
Potete immaginare Di Maio e Catalfo intenti a introdurre le norme di liberalizzazione del mercato del lavoro che sono la premessa per l’ammodernamento del Paese? Di Maio insieme a Bonafede ripensare profondamente l’ordinamento giudiziario mercé i correttivi necessari per rendere il processo italiano analogo in durata con quello delle altre nazioni o intervenire in materia di separazione delle carriere tra giudici giudicanti e giudici requirenti? 
Con molto realismo dobbiamo ammettere che questo Parlamento, nelle sue componenti principali, tra le quali annoveriamo Lega e Fratelli d’Italia, è del tutto disomogeneo rispetto ai nostri partner. E che solo una direzione politica forte e consapevole degli interessi della Nazione potrebbe indirizzare la politica italiana sul terreno dell’avvicinamento alle politiche europee e della modernizzazione.

Non siamo partigiani nel ricordare che l’ultimo governo riformista, quello di Renzi, fu battuto da una coalizione di interessi che penetrava profondamente nel tessuto medesimo del Pd, e che non volle la riforma costituzionale che oggi ci avrebbe fatto estremamente comodo. Là in quella consultazione del 4 dicembre 2016, s’è scelta una strada che non poteva non essere concausa del disastro attuale.
Ora, si può riconoscere a Renzi di avere visto lungo nel porre sul tappeto i problemi che ha posto, tutti veri, tutti urgenti, tutti  non rinviabili.
 Ma si deve chiedere a Renzi di non partecipare ad alcun pasticcio istituzionale e politico e di difendere, quindi, le ragioni di un’Italia europea e democratica con lo sguardo volto al disegno riformista di cui abbiamo necessità.
E, rifiutando le manipolazioni attuate da Palazzo Chigi e dal suo specialista Casalino, dobbiamo ricordare che Giuseppe Conte non è un punto di equilibrio né una soluzione del problema. Lui stesso - catapultato a Palazzo Chigi per volontà di Bonafede&Di Maio - è un problema. 
Dio ci aiuti. 
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