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EDITORIALE  

Centri primula: come sprecare il denaro pubblico

di Claudio Rinaldi -

29 gennaio 2021, 08:47

Centri primula: come sprecare il denaro pubblico

La vaccinazione anti Covid procede a rilento, molto a rilento, troppo a rilento. Siamo ben lontani dal completamento della prima fase, che prevede prima iniezione e richiamo per il personale sanitario e gli ospiti delle strutture per anziani. Chissà quando toccherà agli ultraottantenni, e non parliamo degli appartenenti a categorie considerate a rischio, meno che mai degli altri. Ci vorranno mesi, anni, perché l’immunità di gregge aiuti a uscire da queste terribile e drammatica pandemia.


A cosa pensa, nel mentre, chi è stato incaricato, e pagato, per gestire l’emergenza sanitaria? A far partire il progetto dei cosiddetti «centri primula». Si tratta di strutture sanitarie provvisorie pensate per ospitare la vaccinazione di massa. Chissà quando verrà il momento: ma intanto qualcuno, il commissario Arcuri in testa, pensa a organizzare il tutto, per essere pronti. Giusto – verrebbe da pensare – e lungimirante. 


Ma proviamo a capire meglio. In dicembre il lancio dell’iniziativa, con la partecipazione di un archistar della fama di Stefano Boeri: sua l’idea di contraddistinguere questi “hub” con il logo di una primula. «L’Italia rinasce con un fiore», recita lo slogan. «Un messaggio di fiducia e di serenità», garantisce il commissario Domenico Arcuri. Il quale, il 20 gennaio, lancia un bando ad altissima priorità: sette giorni di tempo per presentare un’offerta tecnico-economica, trenta giorni per la realizzazione (dalla progettazione di dettaglio alla messa a dimora, passando per l’«ingegnerizzazione, la fornitura in opera, la manutenzione e lo smontaggio», si legge nel bando). Le strutture saranno, per cominciare, 21: ma è precisato che potrebbero diventare 1.200. Seguono proteste e polemiche per i tempi stretti.
 Viene concessa una piccola proroga: una settimana di tempo in più per presentare i progetti, quindici giorni in più per la realizzazione. Costi previsti? Non più di 400mila euro per unità. Per dare un’idea, quattrocentomila per milleduecento fa quattrocentottanta milioni. Diconsi 480 milioni. E non è chiaro se la stima dei costi comprenda anche bollette di acqua, elettricità, gas e forniture varie.

Bene, cioè male, molto male. Se già l’immunità di gregge sembra un miraggio, visti i ritmi da lumaca con cui procede, questa assomiglia più a una presa in giro che a un progetto lungimirante. E fa sorgere una serie di domande. Non sarebbe forse meglio usare strutture esistenti? A Parma si è parlato della Fiera, del Palasport. La federazione che riunisce gli organizzatori di eventi ha fatto presente che i suoi associati hanno i magazzini pieni di gazebo e tensostrutture inutilizzati, per fare un esempio. 


In Gran Bretagna vengono usate perfino le chiese, tanto per dire. C’è davvero bisogno di costruire questi centri? Una volta passata l’emergenza, a cosa potranno mai servire? È questa la logica con la quale si pensa di spendere i soldi del Recovery fund? Non assomiglia forse all’immagine di uno che raccoglie banconote con la mano sinistra e con la destra le butta in mare? Non sarebbe meglio pensare di investire quel mezzo miliardo di euro nell’acquisto di vaccini, semmai? Non se ne ricava la (bruttissima) sensazione che sia uno sperpero di denaro pubblico? Non sembra particolarmente grave, specie con un debito pubblico che ha toccato cifre da far girare la testa? 
claudio.rinaldi@gazzettadiparma.it