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EDITORIALE

Quel triste spettacolo dei cambi di casacca

di VITTORIO TESTA -

30 gennaio 2021, 09:07

Quel triste spettacolo dei cambi di casacca

Sarà «con diritto di riscatto», come nel calciomercato, che una senatrice del Pd viene ceduta in prestito agli «Europeisti» per consentire la formazione di un gruppo parlamentare a sostegno del presidente Giuseppe Conte? C’è poi un senatore che in un solo giorno esercita il proprio  «senso di responsabilità» in due direzioni opposte. Prima annuncia l’uscita da Forza Italia e si dichiara sostenitore del premier.  Poi si pente e torna  a indossare la  casacca dismessa poche ore prima. Accade di tutto in queste ore decisive per le sorti del governo. 


Per far tornare i conti, Conte le prova tutte, com’è nel suo diritto cerca il rovescio di Renzi, assurto in queste ore a dispensatore di elogi e critiche a tutto campo: rivela, obtorto collo, per pudico e doloroso dovere di trasparenza, che Conte gli ha telefonato supplicando e offrendo posti, nomine, poltrone: ‘’Imbarazzante, davvero imbarazzante’’ commenta con i suoi. Avrà magari mandato un whatsapp al premier del tipo ‘’tranquillo Giuseppe, questa cosa resta tra di noi’’? Va in scena la commedia  del ‘’si salvi chi può’’. 


Questo spettacolo poco edificante   viene presentato dai protagonisti  come, volenti o nolenti, un atto  di democrazia, nel quale recitano gli attori che abbiamo eletto noi con il voto. Ma questo non è vero: parte dei parlamentari in azione è stata scelta sulla base della presentazione di  un programma preciso, al quale l’elettore ha creduto e data la sua fiducia. 


Una volta arrivati a Palazzo Madama e a Montecitorio, organizzati in gruppi autonomi, non  pochi hanno traslocato, hanno cambiato casacca. Addirittura in certi casi passando dall’opposizione alla maggioranza:  e con incarichi di primissimo prestigio E’ una storia vecchia. Ricordate l’avvocato  Angelino Alfano?  Diventa ministro di Grazia e Giustizia nel governo Berlusconi. Scoppia la crisi, si forma una nuova maggioranza di centro sinistra, presidente del Consiglio è Enrico Letta. E Alfano, uscito dal partito di Berlusconi, crea una nuova sigla, si accorda con il Pd, porta il suo gregge di fuorusciti nei recinti di quell’antico avversario che indicava come nemico della democrazia e viene nominato ministro degli Interni nonché vicepresidente del Consiglioi. Letta cade. Non si è ancora capito bene il perché: si dice perché inviso al capo dello Stato, Giorgio Napolitano, ammiratore delle notevoli doti di Matteo Renzi, scalpitantissimo «rottamatore» del Pd. E uno tra i più energici avversari di Letta: il quale tre giorni prima del tonfo riceve un messaggino sms: «Tranquillo, Enrico». L’allora astro nascente del Pd è pronto per Palazzo Chigi: vi si insedia al termine di una cerimonia telediffusa, rischiando grosso al momento del passaggio della campanella presidenziale: ma Letta si limita a porgergliela con malagrazia.

E Alfano? E’ ministro degli Interni! Dopo Renzi, sconfitto al Referendum del 2016, ecco Paolo Gentiloni: e l’avvocato  che viene dai Templi agrigentini spicca il volo: ministro degli Esteri. E tutto questo, si badi, nel pieno rispetto delle leggi e regole vigenti in questo settore. E arriviamo ai giorni nostri, alle elezioni del 2018. Primo governo Conte incardinato sull’alleanza Lega e Ms5, Di Maio e Salvini. Un anno  e poco più, e c’è il botto, il ribaltone. L’azzimato avvocato Conte non lascia anzi raddoppia: resta premier alleato con il Pd, certo, ma con i voti determinanti di Matteo Renzi. Il quale nel frattempo è fuoruscito dal gruppo del Pd, ha fondato Italia Viva, portandosi dietro una quarantina di seguaci. Molti demo, un paio di grillini, alcuni del Gruppo misto. E adesso, di nuovo capitano di ventura sarà decisivo per le sorti del governo. Sono, quelli di Alfano e Renzi, due dei casi più eclatanti di un fenomeno preoccupante, condannato e esecrato a parole da tutti i politici e da tutti tollerato. Dal 2013 ad oggi in Parlamento ci sono stati quasi 700  cambi di casacca. La media italiana di questo valzerismo politico è al 6 per cento. In Germania allo 0,1 per cento. In Spagna allo 0,2. In Francia al 2.  Il recordman del settore è il senatore Luigi Compagna, inquieto peripatetico che ha cambiato gruppo nove volte.

E’ una torsione democratica evidente. Vai a votare, fai una scelta e nel giro di poco tempo cambiano l’assetto di Camera e Senato per autogenesi. In molti sostengono che occorra introdurre il «vincolo di mandato» nei riguardi dei parlamentari, ora e da sempre rappresentanti, una volta eletti, di tutta la nazione e non del partito. Ma è un problema enorme e risolvibile soltanto se si cambia l’articolo 67 della Costituzione. Impresa difficile. La strada ci sarebbe: modificare i regolamenti delle due Camere. Rendere difficile il cambio di casacca. Ora non combattuto, anzi benedetto dalle casse dei gruppi: ogni senatore che emigra porta con sé una «dote» di 60mila euro. E ciascun onorevole 50 mila. Perché non iniziare con una stretta pecuniaria?