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EDITORIALE

Il festival degli errori

di DOMENICO CACOPARDO -

31 gennaio 2021, 09:47

Il festival degli errori

Entriamo nella seconda settimana di crisi - un vero e proprio finale di partita - con la sensazione che due fatti non strettamente legati alla vicenda politica avranno un’impropria influenza. Il primo è costituito non tanto dalla ben retribuita partecipazione alla Davos del Deserto, il «work-shop» organizzato dal governo saudita per discutere gli scenari futuri nell’area, quanto per l’incontro, debitamente filmato di Matteo Renzi con Mohammed bin Salman, il principe accusato di essere il mandante diretto dell’assassinio del giornalista Jamal Khashoggi, avvenuto nell’ottobre 2018. Le parole spese da Matteo Renzi nel tête-à-tête con il principe sono francamente prive di coerenza rispetto agli obblighi prima di tutto morali di un leader occidentale, con passate responsabilità di premier.

Ma oltre alla condanna dell’accaduto, resta in bocca l’amaro per l’assenza di consapevolezza dimostrata nell’occasione, cioè mentre in Italia le posizioni di Renzi e di ItaliaViva, tutte fondate su irrinunciabili fatti fondamentali, si facevano gradualmente strada sino a monopolizzare la discussione sulla crisi. Ieri, prima che il caso Saudi Arabia esplodesse, si poteva serenamente sostenere che Renzi avesse vinto le prime mani di gioco e che il Pd, soprattutto il Pd, vi fosse stato sconfitto.

Purtroppo, il giovane senatore fiorentino cade sempre nelle medesime trappole spesso da lui stesso costruite, segno questo di una difficile maturazione caratteriale e politica nella quale non tutti gli elementi del pensiero e dell’azione sono ricondotti a coerente e controllata unità.

Influirà il caso sulla crisi? Difficile dirlo soprattutto dopo la presa di posizione di Vito Crimi, «capo facente funzione» dei 5Stelle, sull’assenza di pregiudiziali rispetto ai partiti che hanno composto la maggioranza parlamentare di sostegno del governo Conte.

Il secondo, ai fini della crisi, è ben più importante. Si tratta della conferma da parte di un sondaggio SWG (per ItaliaOggi) l’altro ieri e di uno Winpoll (per il Sole 24 ore) oggi, delle voci che circolavano sulle potenzialità di una eventuale lista Conte in una consultazione elettorale. I dati dei due rilevamenti combaciano e danno una lista Conte al 16,5%, il Pd al 13% e i 5Stelle all’8%. Il centro-destra al 50,8% contro il 42,9 del centro-sinistra. Una debacle clamorosa.

Ma ciò che più importa rispetto alla crisi di governo è questa sorta di certificazione dell’errore imperdonabile compiuto soprattutto dal Pd di affidare se stesso, il futuro e l’Italia a un premier senza alcuna storia politica, capace di dirigere un bicolore populista-sovranista prima e subito dopo, in continuità, un tripartito (prima della scissione di ItaliaViva) populista-sinistra. Gli italiani stessi, peraltro, tutti al 70% senza distinzioni di colore condannano la politica economica dello stesso Conte e di Gualtieri.

Sul punto ci vorrebbe una reale riflessione della dirigenza Pd che, già giovedì sera avrebbe dovuto essere informata dell’esito disastroso dei sondaggi. In politica è possibile correggere gli errori e aggiustare il tiro.

Lo dimostra chiaramente lo svilupparsi dell’«Operazione Renzi» che, partendo dalle cose, dai fatti, dai punti programmatici, ha di fatto sbarrato il passo a un reincarico a Conte definendo una possibile strada per la definizione dello stallo. L’incarico esplorativo a Roberto Fico delude le aspirazioni di Conte a un reincarico subito e dovrebbe impedire che un eventuale fallimento dell’«esplorazione» apra la strada al reincarico stesso ed eventualmente a elezioni gestite dal governo attualmente in carica per il disbrigo degli affari correnti. Il punto cruciale del «Conte-pensiero» era di essere davanti a una situazione «win-win», per la quale le due alternative avrebbero comunque rappresentato una sua vittoria: o il Conte 3 o elezioni gestite da questo governo, condizione ottimale per confermare e consolidare il successo elettorale annunciato dai sondaggi (e provocato al 99% dall’efficacia della macchina comunicazionale costruita da Rocco Casalino). Infatti, una lista Conte avrebbe ben altro (avendone uno) app
eal con il suo promotore fuori da Palazzo Chigi. E qui si possono ben constatare gli effetti della impreparazione politica dell’avvocato prestato alla politica, incapace di percepire come tutte le manovre sui costruttori, sui disponibili all’appoggio e su una sua possibile lista ne indebolivano le personali prospettive di reincarico e di direzione di un governo elettorale (per il ruolo di concorrente nella consultazione).

Forse, ieri, il premier ha percepito che l’alternativa era stata sfarinata dal ricorso di Italia Viva alle questioni politiche (che, onestamente, Conte non ha mai percepito per il loro valore basico, gestendole con il silenzio e il rinvio) e al patto di legislatura, da cui era disceso un incarico esplorativo il cui scopo finale -e non detto- era quello di consentire -in caso di fallimento- il ricorso a una soluzione istituzionale, che già oggi avrebbe molti sostenitori fuori del perimetro della sinistra.

La dimensione dei problemi in discussione oggi trascende di gran lunga gli interessi e le posizioni dei partiti. Se il presidente della Repubblica (sottolineo «se») sarà costretto a rivolgersi al governo istituzionale in vista di consultazioni elettorali a primavera (o, anche, a determinate condizioni, in autunno), dal nome del nuovo premier capiremo quale strada stia prendendo l’Italia. Quella felice del rilancio, con la formulazione di un accettabile Recovery Plan e tutto il resto, in una linea politica volta alla ripresa economica e sociale. O quella molto infelice delle elezioni immediate guidate da un premier di garanzia che non può essere Conte, a dispetto delle veline compulsivamente diramate da Palazzo Chigi. Sic transit …