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EDITORIALE

La partita del governo e i possibili nuovi schieramenti

di AUGUSTO SCHIANCHI -

01 febbraio 2021, 08:41

La partita del governo e  i possibili nuovi schieramenti

Il primo tempo della partita per il governo si è conclusa in sostanziale pareggio. Il M5stelle ha riammesso Renzi al tavolo della trattativa; Renzi non ha escluso un reincarico a Conte. Per ora è proprio Conte che ne esce indebolito, perché anche se venisse riconfermato alla presidenza con un Conte ter, non essendogli riuscita l’operazione dei costruttori, comunque si ritroverebbe Renzi di traverso nella sua futura azione di governo. E gli alleati con un piano B per la sua eventuale sostituzione. La operazione Conte “lo sconosciuto che vince”, almeno per ora, è sospesa.

In realtà le ragioni vere di questa crisi sono altre, e riguardano le elezioni del 2023.

Questo e il prossimo saranno anni difficili, ma politicamente di transizione, già scritti. Per quest’anno si parlerà di vaccinazioni per tutti; l’anno prossimo si parlerà di ripresa economica e di rientro del debito pubblico italiano. Esso (al 160% del PIL, il più elevato al mondo dopo quello giapponese) è sostenibile (come ha scritto ieri anche il Fondo Monetario), perché i tassi d’interesse sono quasi zero, e quindi basterà un livello anche minimo d’inflazione (il 2 o 3%), per far sì che il debito pubblico nell’arco di un paio di decenni si ripaghi da solo per svalutazione. I decenni ci stanno: la pandemia è stata l’equivalente di una guerra.

Ma ad una condizione: dall’inizio della fase di rientro del debito, probabile il 2023, il disavanzo pubblico annuo non dovrà superare l’1% del PIL. Questo potrebbe essere un problema, data l’insaziabile fame di spesa pubblica elettorale dei nostri politici. Tenendo anche conto che finita la pandemia, la Banca Centrale Europea potrebbe drasticamente ridurre il proprio sostegno. La domanda è: abbiamo fatto tanti debiti, pensiamo a come ripagarli, oppure li scarichiamo su figli e nipoti?

Con una sana gestione del bilancio pubblico, abbiamo l’opportunità di ridimensionare il problema in modo graduale e non traumatico, ce la lasciamo sfuggire?

Ne consegue che fermi restando questi vincoli di governo per il prossimo biennio, il problema politico rimbalza alle elezioni del ’23.

La crisi indotta da Renzi riproduce la sua strategia per quella data: occupare la leadership dell’asse centrale della politica italiana. Da qui la sua azione “demolitrice” nei confronti del concorrente Conte. E prendersi ciò che resta di Forza Italia, che ha una leadership (Berlusconi, Letta) non più giovane e logorata dagli eventi.

Molto più incerta appare la strategia degli altri partiti. A sinistra è probabile l’accordo tra PD e quota governativa dei 5stelle, già ma con quale leadership elettorale comune? Di nuovo Conte? 

Tanti sarebbero i dubbi. Senza Renzi, la proiezione elettorale con i 5stelle probabilmente non andrebbe oltre il 35%; importante, ma troppo poco per essere determinanti.

Ancora più serio è il problema strategico della Lega. Se va alle elezioni con Fratelli d’Italia, Forza Italia esce, senza la quale non vanno oltre il 40%. E’ tanto, ma perdono perché non sono maggioranza autosufficiente. In alternativa la Lega potrebbe staccarsi da Fratelli d’Italia e convergere al centro, ma per farlo deve avviare un processo di revisione interna molto faticoso, e impossibile da realizzare in tempi brevi. Una Lega da sola, al 25%, in maggioranza nelle regioni produttive integrate nel tessuto industriale europeo, può ben candidarsi ad essere partito di governo. Ma deve cambiare registro, anzitutto diventare europeista. Allora il dilemma per la Lega è: schiacciarsi a destra e perdere (con autoesclusione) o cambiare indirizzo politico (sempre molto doloroso)?

Così si ritorna a Renzi, con la sua strategia di sfondare al centro. Se gli riesce, coalizzando gli attuali Centristi di Tabacci e la Bonino con i fuoriusciti di Forza Italia, potrebbe ritrovarsi con un pacchetto di eletti tale da poter scegliersi l’alleato con il quale governare. Facendo buona esperienza del suo conterraneo Fanfani che, 60 anni fa nella Democrazia cristiana, decise di spostarsi a sinistra, con conseguente scissione dei dorotei a destra, perdendo in un sol colpo presidenza del consiglio e segreteria del partito. 

Renzi preferisce il pragmatico Andreotti, con la teoria dei due forni. In politica, come nella vita, si è forti solo quando si può scegliere.