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EDITORIALE

La politica ha perso: ora con Draghi può rilanciarsi

di Augusto Schianchi -

05 febbraio 2021, 08:48

La politica ha perso:  ora con Draghi  può rilanciarsi

Fossimo un paese normale, a ritrovarsi un primo ministro con la statura di Mario Draghi, i cittadini si toglierebbero il cappello, in segno di rispetto e di intima soddisfazione nell’affidare il proprio destino politico in mani di tale prestigio e competenza.

Ma noi non siamo un paese normale, in senso positivo e purtroppo negativo. Siamo un paese di individualisti, con una lunga lista di altri difetti, come insegnano i libri di storia. Non è bastato il drammatico messaggio del presidente Mattarella: 90 mila morti, i piani del Recovery Fund ancora da scrivere (con la scadenza ad aprile), PIL caduto del 9%, la disoccupazione in salita per giovani e donne, un terzo di piccole e medie imprese a rischio chiusura, blocco dei licenziamenti di prossima scadenza.
 Con tutti i provvedimenti contro i disastri della pandemia - dai ristori alla scuola - che procedono con enorme lentezza.  Dopo aver messo in evidenza l’impraticabilità alternativa di un percorso elettorale subito, perché le elezioni bloccherebbero l’attività parlamentare per i prossimi sei mesi.

Adesso sono i partiti a dover decidere cosa fare, per evitare che Draghi presieda un governo di minoranza, con successive elezioni anticipate. Per operare appieno il governo ha bisogno del sostegno dei 5Stelle e almeno dell’astensione della Lega, oppure viceversa. E questo per i partiti rappresenta un passaggio doloroso.
In un paese normale, i partiti avrebbero ben chiara la crisi economica e sociale e l’incapacità di trovare un accordo. 

Renzi ha la colpa di aver provocato questa crisi; ma ha il merito di aver scoperto il muro dei 5Stelle, arroccati a non cambiare nulla, pur nell’evidenza che certi provvedimenti costosi non hanno funzionato.    In un paese normale, i partiti avrebbero capito che con Draghi si apre una stagione nuova, che può essere fertile anche per un radicale rinnovamento. Tenendo conto che, anche nel caso di fiducia al Governo Draghi, tra 2 anni si vota, e per allora bisognerà “essere pronti” (Matteo 24, 37 – 44). Il M5stelle fronteggia l’ipotesi realistica di perdere alle prossime elezioni due terzi della propria rappresentanza, e deve scegliere tra la versione governativa di Di Maio e quella “ribelle” di Di Battista. Pragmatismo contro ricerca dell’identità, con l’amara costatazione che sotto il “vaffa” non c’è niente.

Solo improvvisazione e incompetenza. Ma quando un ministro è incompetente, predica, ma per la stesura dei decreti applicativi (essenziali per l’esecuzione della legge), continua a comandare la “casta”, che era proprio il nemico che si voleva combattere. La Lega non è solida come appare nelle dichiarazioni quotidiane di compattezza della Destra. Per questo Salvini vuole le elezioni subito; perché nei due anni che restano potrebbe avviarsi un logoramento della sua leadership: la lotta anti-immigrazione non è più una priorità per l’opinione pubblica.

Oggi i problemi sono ben più gravi, e per ora Salvini sa offrire solo slogan (come la flat-tax), ad effetto, ma inattuabili con questo disavanzo pubblico. Non solo: sono accettabili per l’elettorato leghista del nordest, integrato nelle catene del valore tedesche, con clienti tedeschi che pagano, una polemica costante contro l’Europa mantenendo un’alleanza ideologica con Fratelli d’Italia? Anche i pensionati hanno capito che le loro pensioni sono pagate dalla Banca Centrale Europea, che compra i nostri titoli di stato. L’abbiamo capito tutti che senza la BCE saremmo sprofondati nel tracollo finanziario del paese. Le crisi sono sempre grandi opportunità per riflettere, sul presente per guardare al futuro. La più grave sconfitta della Politica nella storia della Repubblica potrebbe rivelarsi l’opportunità per un suo rilancio, di alto profilo, intelligente, partecipativo, all’altezza dei problemi.