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EDITORIALE

Draghi, sguardo alle riforme oltre l'emergenza

di Augusto Schianchi -

08 febbraio 2021, 09:15

Draghi, sguardo alle riforme oltre l'emergenza

I governi, come i matrimoni, talvolta rischiano l’affollamento. E’ il caso del governo Draghi, che per il suo prestigio personale attrae ammiratori da ogni dove. Come quando la sposa è bellissima. Senza badare troppo ai precedenti giri di walzer.

Ma questo non deve stupire: si dice che Draghi presieda un governo tecnico. Falso!

Il governo Draghi è il più politico dei governi, perché nasce dalle ceneri della politica, incapace di scelte all’altezza dei problemi, sempre in conflitto ed in cerca di vantaggi per le prossime elezioni.

Il governo Draghi deve fronteggiare due emergenze immediate. Una vaccinazione rapida ed ampia per consolidare l’immunità di gregge; e un piano operativo da sottoporre all’Europa (che mette i soldi, emettendo titoli europei), per l’utilizzo del Recovery Fund, da destinare agli investimenti “buoni”, tralasciando quelli cattivi. Infine il governo deve assicurare il ritorno alla normalità, economica e sociale; a partire dalla ripresa delle attività economiche (anzitutto i servizi) e dal ritorno a scuola e all’università.

Ma affrontare questi problemi emergenziali immediati non basta. Come ha richiamato il governatore della Banca d’Italia Visco, è necessario rimettere mano all’agenda delle riforme istituzionali, per riformulare un “contesto” (il cosiddetto “level playing field”: un campo dove tutti giocano con le stesse regole), nel cui ambito la nostra democrazia dovrà operare nel decennio che viene. Questa iniziativa fu tentata da Renzi pochi anni fa, ma fu respinta al referendum. Non tanto per il merito della riforma in sé, ma per la personalizzazione che Renzi ne fece. Il 60 percento votò contro Renzi, non contro la riforma.

Oggi i tempi sono diversi, il nuovo presidente Draghi è sopra le parti, per la sua onestà intellettuale, straordinaria competenza, senza un interesse personale (se non quella di cittadino) nelle riforme proposte. Il Parlamento, nella prossima legislatura, sarà ridotto per un terzo nel numero degli eletti. Si trova nella condizione migliore, per lasciare in eredità una correzione/integrazione della Costituzione, ponderata nei cambiamenti, incisiva nel rappresentare i nuovi equilibri economico-sociali “dopo” la pervasività dei social, l’internazionalizzazione di una società interconnessa, i cambiamenti demografici (tutela degli anziani e del futuro dei giovani).

Un insieme di riforme che partano dalla nostra scelta europea, un articolo 139 bis: l’aspirazione a far parte di una Europa unita e federale. Per restarci con pari dignità e massima partecipazione. E che -come per la forma repubblicana- questa aggiunta “non può essere oggetto di revisione costituzionale”.

La politica sovranista dei pugni sul tavolo, nel nome del popolo, portò lo spread ad oltre il 3 per cento. Oggi, con Draghi e la prospettiva di un suo governo, siamo scesi al di sotto dell’1 per cento, e «believe me», scenderà ancora. Si tratta di risparmi nel nostro bilancio pubblico di miliardi di euro, che potranno andare a sostenere la sanità, la scuola, la qualità della vita delle persone con maggiore fragilità.

 Il 3 per cento dello spread è stata la conseguenza del contravvenire al funzionamento dei mercati globali. L’intento di aiutare il popolo ha provocato un danno ben maggiore al popolo stesso. Un paradosso della democrazia: sostenuta da una narrazione faziosa («la colpa è sempre degli altri»), il popolo non capisce il funzionamento dei mercati, e continua a votare per i partiti responsabili di quel danno.

Secondo le ultime dichiarazioni, a parte gli irriducibili autarchici che non hanno ancora assorbito le esperienze del passato, il sole dell’antieuropeismo muscolare sembra in via di esaurimento. La riscrittura dell’articolo 139 della nostra Costituzione potrebbe essere la garanzia definitiva del suo tramonto definitivo.