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EDITORIALE

Il «Draghi pensiero» sul debito sostenibile

di Franco Mosconi -

09 febbraio 2021, 08:45

Il «Draghi pensiero» sul debito sostenibile

Che cos’è il coraggio? Per John F. Kennedy è la «più ammirevole delle virtù umane» e, citando Ernest Hemingway, la definisce «grazia sotto pressione». Teniamola a mente perché, parlando di Mario Draghi, ci tornerà assai utile.
Del presidente del Consiglio incaricato, Carlo Salvatori ha tracciato - su queste colonne - lo straordinario profilo scientifico e professionale. Vi sono poi degli interventi che il professor Draghi ha svolto nel corso del 2020 capaci di suscitare un ampio interesse.
Pensiamo, anzitutto, al celebre articolo pubblicato sul «Financial Times» nella primissima fase della pandemia (26 marzo 2020). Egli scriveva: «Di fronte all’imprevedibilità delle circostanze è necessario un cambiamento di mentalità, al pari di quello operato in tempo di guerra. La crisi che stiamo affrontando non è ciclica, la perdita di guadagni non è colpa di nessuno di coloro che ne stanno soffrendo».
Pensiamo, in secondo luogo, all’intervento al Meeting di Rimini della scorsa estate (19 agosto 2020). Se nell’articolo sul quotidiano della City non aveva esitato a parlare della necessità di aumentare il debito pubblico, Draghi nel discorso riminese introduce una fondamentale distinzione.

«Questo debito sarà sostenibile, continuerà cioè a essere sottoscritto in futuro, se utilizzato a fini produttivi; ad esempio, investimenti nel capitale umano, nelle infrastrutture cruciali per la produzione, nella ricerca, ecc. Se è cioè “debito buono”». 
In questi giorni di consultazioni, in quale altra direzione è possibile volgere lo sguardo per approfondire il pensiero del professor Draghi su questioni che toccano da vicino la nostra economia, che sull’eccellenza manifatturiera ha costruito larga parte delle sue fortune?
La risposta risiede nel più recente dei documenti a cui Draghi ha lavorato: co-presidente, insieme all’economista indiano Raghuram Rajan, di un gruppo di lavoro dedicato alla “rivitalizzazione” e alla “ristrutturazione” del mondo delle imprese in epoca “post-Covid” (Gruppo dei Trenta, dicembre 2020). 
Ebbene, la lettura delle oltre 70 pagine di questo rapporto internazionale ci riporta molto spesso, per così dire, a casa nostra: a Parma e lungo la Via Emilia. Ecco il suo primo merito: l’enfasi sul ruolo giocato, dappertutto, dalle piccole e medie imprese (Pmi). Le grandi imprese – si dice giustamente – sanno come far sentire la loro voce quando si confrontano col mondo politico. Tuttavia – citiamo – «ci sono buone ragioni affinché i policymakers prestino la loro attenzione al destino delle Pmi». Si sottolinea, fra l’altro, il contributo dato all’occupazione, la diffusa distribuzione geografica, l’importanza nel creare un’ambiente favorevole all’imprenditorialità.
Il secondo merito del rapporto riguarda un’altra caratteristica dello sviluppo economico che dalle nostre parti ha una sua concretezza se pensiamo ai nuovi settori che si sono venuti affermando (in primis, scienze della vita e Ict): il riferimento va alla «distruzione creativa». Al fatto, cioè, che nuovi business emergono e sostituiscono quelli esistenti, spostando incessantemente un sistema economico verso la frontiera del progresso tecnologico. Si pensi, oggigiorno, alla green economy e alla digitalizzazione (più volte citate), che influenzano settori quali l’alimentare, la moda, la stessa meccanica avanzata. 
In questo delicato passaggio, il ruolo delle politiche pubbliche deve esprimere tutto il suo potenziale nella protezione dei lavoratori (a cominciare dal riaddestramento di coloro che perdono il posto di lavoro), e non nel sussidiare una «massa di imprese zombie».
Difatti, quella che le imprese stanno vivendo nel post-Covid – è questo il terzo merito – non è tanto una crisi di liquidità (come quella seguita al crac del 2008): il gigantesco problema è quello delle “insolvenze” destinate a esplodere dopo la fine dei sussidi giocoforza erogati dagli Stati. Da qui tutta una serie di proposte che chiamano in gioco il ruolo del sistema finanziario (a partire dalle banche) e i necessari cambiamenti nelle modalità di finanziamento delle imprese con una sempre maggiore importanza del capitale proprio (equity).