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EDITORIALE

Il governo del realismo

di Domenico Cacopardo -

13 febbraio 2021, 11:52

Il governo del realismo

Mario Draghi spazza il campo dalle illusioni e costituisce il governo del realismo. Viatico per un percorso faticoso e complesso sì, tormentato forse, ma assistito da un consenso generale. Almeno finché farà le cose che gli italiani si aspettano in questa congiuntura drammatica che, tuttavia, offre straordinarie opportunità di riforma e di crescita. Il mix di politici di partito e di tecnici farà storcere il naso a molti, ma ciò che oggi importa non è il tal o talaltro nome, ma il gabinetto nel suo complesso. In definitiva, pronunciando i nomi dei suoi ministri, Mario Draghi ha posto fine alle illusioni,  salvato le speranze e indicato la via della concretezza.


Chi lo immaginava come un tecnico avulso dalla realtà politico-istituzionale del Paese si sbagliava: come dimostrano i tanti incarichi rivestiti, cruciali e con alto contenuto politico (basti pensare alla presidenza della Bce e alla necessità di continue mediazioni con le banche centrali e la Commissione europea), egli sa «maneggiare» le difficoltà e costruire i livelli di consenso necessari per fare avanzare le idee politiche. Nel nostro caso il ruolo dell’Italia nella grande sfida della pandemia, della ripresa, del rilancio, della transizione digitale e ambientale.
Ne sono interpreti autorevoli e indiscutibili Vittorio Colao (autore del successo di Vodafone Europa), Daniele Franco (68 anni, direttore generale di Bankitalia), Roberto Cingolani (già direttore scientifico dell'Iit, l'Istituto Italiano di Tecnologia  di Genova, ciò che è in itinere il nostro Mit). Un trio degnamente completato da Giancarlo Giorgetti allo Sviluppo, Enrico Giovannini alle Infrastrutture e Patrizio Bianchi alla Scuola. 


Cruciale per il successo del governo si rivelerà il prossimo sottosegretario alla presidenza, segretario del consiglio dei ministri, Roberto Garofalo: un fuoriclasse.
Mario Draghi dovrà confrontarsi con l’anarchia diffusa di questo Paese, articolato, troppo articolato, in enti che, volendo affermare il proprio ruolo finiscono per paralizzare l’Italia e ogni iniziativa che ne necessariamente li coinvolga. Dovrà scontrarsi con varie burocrazie cui l’innovazione toglie fertile terreno di sviluppo clientelare. Dovrà superare di certo specifiche opposizioni di partiti e partitini. 
Probabilmente, ci riuscirà, puntando sulla concretezza e sugli interessi della Nazione. Fra breve, a settembre, Angela Merkel lascerà il cancellierato. Poco dopo, nel ’22, Emmanuel Macron scadrà con scarse possibilità di rielezione. Questa situazione consegnerà a Mario Draghi un ruolo primario anche in Europa, se non accadrà prima che il Parlamento lo chiami al Quirinale: forse un peccato perché avrebbe solo un anno scarso di governo pieno; forse una grande opportunità perché potrebbe diventare guida politica e istituzionale del Paese e riferimento della nuova fase dell’Unione.
Ma non guardiamo troppo in là.


Guardiamo all’oggi rendendoci conto che tutti coloro che vedranno gli anni Trenta e oltre di questo secolo potranno giudicare se l’ascesa di Mario Draghi al ruolo di capo del governo avrà rappresentato quella cesura nella decadenza politica che tutti volevamo e aspettavamo. Insomma, il discrimine Draghi, un prima e un dopo che potrebbero segnare felicemente la svolta dell’Italia, il suo rilancio e il suo ritorno nel ruolo internazionale che s’era meritata. Senza indulgenze e ottimismi, con spirito critico e costruttivo, vogliamo crederci. 
DOMENICO CACOPARDO
www.cacopardo.it