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I giovani sempre più lontani dalla politica

di Augusto Schianchi -

16 febbraio 2021, 08:57

I giovani  sempre più lontani dalla politica

Per chi ha attraversato il ’68, anche se solo da spettatore, l’amarezza espressa da Di Battista dopo l’esito del referendum sulla piattaforma Rousseau e dopo la formazione del nuovo governo Draghi, non può che suscitare simpatia. Perché è meglio un giovane che vuol cambiare il mondo, che uno accartocciato su se stesso che vince le sue battaglie solo nei videogiochi. Il problema non è Di Battista che, come ognuno di noi, “andrà dritto verso il suo destino” (che auguriamo il più possibile vicino al suo progetto di vita). Il problema vero non è Di Battista, ma  è il distacco profondo che separa i giovani dalla politica. Meglio, di una certa politica.

I giovani esprimono un grande interesse per i problemi d’oggi, quelli veri come il cambiamento climatico e la sostenibilità ambientale. Perché li riguardano direttamente: tra 30 anni una Terra sovraffollata, con un ambiente inquinato, affamata in tante aree geografiche, con un progresso tecnologico incontrollato e una qualità della vita degenerata (come illustrato da tanti film di fantascienza distopica), per loro (che saranno presenti) costituisce un pericolo reale in tutta la sua drammaticità.

Il problema non sono i giovani che non partecipano; il problema siamo noi -meno giovani- che lasciamo in eredità un nostro modo di fare politica non in grado di fronteggiare le loro necessità.

La stessa modalità di esprimere il voto elettorale -come proposto- con sistema proporzionale senza preferenze, non coglie la domanda dei giovani di rappresentarsi. 

Oggi i partiti non sono più quello strumento di democrazia partecipata immaginato nella nostra Costituzione. Oggi i partiti sono retti da un gruppo ristretto di persone, che occupano quelle posizioni per eredità storica, tramandata nel corso degli anni, garantita da un sistema elettorale che li garantisce. Ovvero, la politica come mestiere (non come professione). Non c’è stata selezione dei migliori come in altre democrazie avanzate. C’è stata una cooptazione per fedeltà. Niente di male fino a quando i partiti erano strumenti di democrazia partecipativa, con la propria formazione politico-culturale (importantissima), l’attività di selezione dei migliori, una costante supervisione sul lavoro politico svolto. Lo si chieda ai nostri politici anziani in pensione.

Oggi i partiti sono stati sostituiti dai movimenti. Questi sono guidati da un gruppo di persone emerse nel movimento al suo stato nascente, quando di solito chi grida più forte prevale, con alle spalle le esperienze più disparate. Con il dovuto rispetto, basta sfogliare qualche curriculum per averne una chiara percezione. Queste persone guidano il movimento, e periodicamente chiedono ratifica delle proprie scelte agli iscritti (come la domanda retorica formulata per il sostegno al governo Draghi). Attraverso - questo sì - lo strumento modernissimo del voto online (che peraltro nessuno è in grado di controllarne la correttezza dell’esito). Con un numero di votanti pari a 1 ogni mille abitanti. Una percentuale inferiore ai decessi per covid. 

E’ difficile credere che questa modalità possa rappresentare la democrazia del futuro, nonostante l’innovazione tecnologica. Una democrazia non è una società per azioni, dove correttamente si delibera in modo proporzionale ai soldi investiti.
La democrazia è società di eguali, dove le responsabilità della rappresentanza necessaria per garantire il suo funzionamento, devono poter essere affidate a coloro che si ritiene sappiano farlo, perché enormi sono le difficoltà da affrontare. A cominciare proprio dai problemi che oggi interessano maggiormente i giovani, oltre gli slogan di maniera (la sostenibilità) ridotti a luogo comune del politically correct. Un sistema elettorale proporzionale senza preferenze espresse dai votanti è nei fatti un maggioritario predeterminato dai vertici di partito, che anzitutto assicurano a loro stessi la rielezione. Siamo poi sorpresi se i giovani non ci stanno e rifiutano la politica?