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EDITORIALE

Tra le sfide di Supermario c'è la riforma della Giustizia

di Augusto Schianchi -

20 febbraio 2021, 09:33

Tra le sfide  di Supermario c'è la riforma della Giustizia

Dice un vecchio adagio: “Tieniti vicino gli amici, ma soprattutto tieniti vicino i tuoi nemici”. È esattamente quello che ha fatto il neo presidente Draghi.
Già è emersa la posizione di lotta e di governo di Salvini, perché Giorgetti, oltre a diventare un ministro di peso anche elettorale, è pure il suo avversario alternativo nella leadership della Lega. 
Salvini è fuori dal governo, ma deve continuamente riaffermare la propria leadership. C’è quindi da attendersi un fiume inarrestabili di presenzialismo ubiquo, di tweet, di polemiche su tutto e contro tutti: dallo sci, ai ristori, agli immigrati, ai lockdown. Senza dimenticare che un po' di colpa ce l’ha sempre e comunque l’Europa. Da parte di chi si gioca nei prossimi mesi il proprio futuro politico, bisogna aspettarsi di tutto; da parte nostra la necessità di saper assegnare un giusto peso a questo dilagare mediatico. «Il potere logora chi non ce l’ha».


Mario Draghi è stato nominato presidente con il chiarissimo mandato dal presidente Mattarella. Le priorità sono la gestione della pandemia e la distribuzione dei vaccini, e finalizzare il piano per il Recovery Fund. Per pandemia e vaccini il governo deve operare con la massima efficienza, con le competenze e risorse a disposizione. Per il Recovery Fund il governo si è attrezzato di competenze di assoluto livello, creando le condizioni per il migliore piano possibile.
Ma per raggiungere questo obiettivo il governo deve promuovere alcune riforme che riguardano le istituzioni della Repubblica.  La più delicata è la riforma della Giustizia.

Nel corso delle inaugurazioni dell’Anno giudiziario, nelle varie sedi, i Presidenti delle varie magistrature hanno illustrato lo stato della giustizia in Italia. Non adeguato rispetto alle attese del «popolo sovrano».
Non è il momento di attribuire colpe o responsabilità. E’ tempo di procedere, dopo anni di attesa, ad una riforma della magistratura, da affidare al loro ordine di autogoverno, nel pieno rispetto dell’articolo 104 della Costituzione che ne garantisce autonomia e indipendenza da ogni altro potere. 
L’autorevolezza del nuovo ministro della Giustizia potrà garantire il giusto raccordo con il Parlamento, espressione dei cittadini elettori. Il Parlamento potrà contribuire alla riforma promuovendo un processo di nuova legislazione (e revisione contestuale di quella passata), con precisa identificazione degli obiettivi e maggiore chiarezza espositiva. Nel Parlamento si genera una costante ricerca di mediazioni per coagulare il consenso. 
Questo modo di lavorare del Parlamento porta spesso a legiferare in modo ambiguo, con altrettanta ambiguità nella indispensabile decretazione successiva (una legge pura e semplice non basta, sono necessari i decreti applicativi). Questo solleva poi dubbi interpretativi, che oscillano tra la soggettività nell’applicazione della legge e la vera e propria arbitrarietà. Questo dà vita ad un’infinità di controversie che alimentano l’eccessiva necessità di interventi ai diversi livelli di giurisdizione. Alla fine vince l’ingiustizia, a vantaggio di coloro che possono permettersi gli avvocati più abili, con violazione del principio della legge uguale per tutti.


Giustizia e Libertà sono le virtù cardinali di una democrazia. La qualità di una democrazia si misura nel raffronto con queste due virtù.
Draghi non è un giurista, ma ha dalla sua una vasta esperienza nella conduzione di istituzioni, con al centro l’intreccio d’interessi molto diversi, talora contrapposti. Il suo contributo per l’equilibrio dei tre poteri costituzionali potrebbe risultare essenziale.
Aver salvato l’euro nell’ora più buia, oggi presiedere un governo che ha tra i suoi alleati qualcuno che sostiene che l’euro non è irreversibile (dopo 20 anni dalla sua introduzione) richiede grande pazienza. Ma Draghi è un genio uscito dalla lampada, e sarà molto difficile rimetterlo dentro.