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EDITORIALE

Questo tira-e-molla è proprio una beffa

di Claudio Rinaldi -

21 febbraio 2021, 09:09

Questo tira-e-molla è proprio una beffa

Chiamatelo “stop and go”, chiamatelo tira-e-molla, chiamatelo come volete. Ha tutta l’aria di essere una beffa, se non una vera e propria presa per i fondelli. Avete preso un caffè al bar, ieri? O siete andati a mangiare una pizza, o in un ristorante, ieri a pranzo, approfittando dell’ultima apertura (chissà per quanto tempo)? Avrete – sicuramente – sentito alzarsi il grido di dolore di titolari, cuochi, gestori, dopo l’ennesima chiusura. Chiusura annunciata in extremis, praticamente a tradimento. Per l’ennesima volta, hanno saputo al venerdì pomeriggio del ritorno, da oggi, in zona arancione. Il che significa migliaia e migliaia di euro buttati nella pattumiera: quelli spesi per gli acquisti delle materie prime e per la preparazione delle basi in cucina. Per non parlare della mortificazione della voglia di lavorare, di provare a risollevarsi dopo un anno drammatico.
Chi prova a spiegare che era necessario, a chi aveva già cento persone, o più, prenotate per il pranzo della domenica? Vuole provarci il ministro Speranza (sì, quello che ha già scatenato la rabbia dei gestori di impianti sciistici con il dietrofront inaspettato della settimana scorsa)? Vuole provarci il presidente della Regione Bonaccini, che più e più volte si è detto contrario a colori diversi nella stessa regione?
Una cosa è certa: avvisare al venerdì del cambio di colore e decidere di chiudere alla domenica è una gestione scriteriata e inaccettabile. Così come, in generale, lo “stop and go”, il tira-e-molla: è il modo migliore per affossare l’economia, mettere in ginocchio un intero settore. Che, come abbiamo spiegato tante volte, non si limita a baristi, pizzaioli e ristoratori: ma include anche un esercito di imprenditori e lavoratori che rappresentano la filiera: fornitori, produttori, distributori, agenti di commercio. Tutti in ginocchio. E che si allarga anche a tutto il settore del commercio: appare evidente che un negozio abbia meno possibilità di ricevere visite di potenziali clienti, se i bar sono chiusi e se gli stimoli per due passi in centro sono drasticamente ridotti.
Quanto all’uso dei colori, ormai dovrebbe essere chiaro che non si può continuare all’infinito a generalizzare. Non ha senso (come qualcuno vorrebbe) trasformare tutto lo Stivale in zona arancione. Non ha senso e non è giusto. E non ha senso nemmeno che l’attribuzione dei colori continui ad essere su scala regionale. Beninteso: è ovvio che, per la tutela della salute delle persone, è doveroso procedere con restrizioni nelle zone dove i livelli di contagio salgono oltre il livello di guardia. Era giusto farlo ed è giusto continuare a farlo: ma con buon senso, con annunci fatti con congruo anticipo. 
Ma è altrettanto ovvio che è irragionevole farlo dove, per fortuna, la situazione non è allarmante, dove cioè si può provare a gestire la pandemia senza arrivare a fare abbassare le saracinesche a tutti gli esercizi pubblici.
Senza andare troppo lontano, perché la Lombardia resta gialla e l’Emilia Romagna da oggi torna arancione? Perché in Lombardia le zone più pericolose, dove si sono scatenati focolai, sono state chiuse per tempo, permettendo di tenere nel resto della regione la situazione sotto controllo. E, di conseguenza, di non affossare l’intero settore della ristorazione e dei pubblici esercizi (per non parlare di musei, mostre, attività culturali: tutti chiusi, con il ritorno in arancione). 
In Emilia Romagna, invece, si confondono e si mescolano le mele con le pere. Chiudendo dove – dati alla mano – non sarebbe stato necessario chiudere. Puro masochismo. Sarebbe bene che anche gli amministratori della nostra Regione cominciassero ad alzare la voce: nessuno chiede che non si allineino alle decisioni e ai provvedimenti del governo, ci mancherebbe: ma almeno che si facciano sentire per chiedere che non si faccia di tutta l’erba un fascio, che si individuino le aree dove è necessario chiudere, per il bene di tutti, e quelle dove i numeri dei contagi permettono di (provare a) continuare a vivere. 
claudio.rinaldi@gazzettadiparma.it