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EDITORIALE

M5S a rischio implosione. Le possibili ricadute sul Pd

di Stefano Pileri -

22 febbraio 2021, 09:31

M5S a rischio   implosione. Le possibili ricadute sul Pd

Come al solito Beppe Grillo ha provato a risolvere tutto con una battuta delle sue, mischiando marziani e sonde spaziali. Ma il momento  per lui e per i Cinque stelle è molto complicato. Forse il  più complicato dai tempi del Vaffa Day, da quando il Movimento è  nato. Il dissenso interno provocato dal voto sull’esecutivo di Draghi è molto profondo. E  probabilmente va ben al di là dei 15 senatori e dei 21 deputati che il capo politico Vito Crimi si è affrettato ad  espellere perché hanno votato no alla fiducia o non si sono fatti vedere in aula. 


Si vedrà come andrà a finire la battaglia legale fra regolamenti, avvocati, probiviri e tribunale. Ma l’aspetto politico cruciale è che per la prima volta il Movimento non è alle prese con l’espulsione di uno o due parlamentari, seppur di peso. Una cacciata di queste dimensioni significa che ci si trova di  fronte a una scissione. Certo, il grosso di deputati e senatori resta con l’ala governista, che mantiene il controllo del movimento. E certo, i numeri attuali non sono un problema per Draghi e la maggioranza. Anzi, aver perso per strada qualche pezzo più estremista dei “grillini” può solo rendere più agevole il percorso del governo, almeno nel breve periodo.  
Ma sui tempi lunghi la scissione rischia di portare a un implosione del movimento, che non ha mai provato l’esperienza di avere qualche concorrente più “movimentista”  con cui fare i conti. E questo può essere un problema, tale da far ipotizzare la fine dei Cinque stelle come li abbiamo conosciuti finora.

L’ala scissionista  ha (o avrebbe)  un leader naturale  come Alessandro Di Battista, mentre la situazione nell’ala governativa è un  po’ più confusa. I nomi  più quotati che girano attualmente sono quelli di Luigi Di Maio e dell’ex ministra Lucia Azzolina. E per ora non sembrano trovare grandi consensi. Tanti paiono attendere di vedere cosa deciderà di fare l’ex premier Giuseppe Conte. È quasi certo che non resterà alla finestra. Ed è uno che ha dimostrato di saper  tenere  insieme posizioni distanti, per non dire opposte. Ma un conto è essere presidente del Consiglio. Un conto è ritrovarsi a fare il leader di un’entità magmatica come i Cinque stelle stando per di più fuori dal Parlamento. 


Comunque vada a finire, il destino del Movimento peserà  in modo decisivo sul futuro del centrosinistra e del Pd. Trovarsi di fronte una realtà filo governativa, più moderata e  meno estremista, potrebbe aprire nuovi scenari. Negli ultimi anni la conduzione del Partito democratico da parte del segretario Zingaretti  non è apparsa molto lineare - per usare un eufemismo. Ma non è un mistero che i vertici del  Pd abbiano puntato molto, se non tutto, sull’alleanza con i Cinque stelle.  A metà marzo ci sarà l’assemblea nazionale Dem che deciderà se, come e quando fare il congresso di cui si parla ormai da tempo. Ma la vera partita saranno le elezioni amministrative che si dovrebbero svolgere  a giugno o - più probabilmente - a settembre, causa pandemia. Si vota nelle principali città italiane (Roma, Milano, Napoli, Bologna, Torino), ma anche in altri 1200 comuni. L’alleanza con i Cinque stelle non è facile, ma mentre probabilmente conta poco o nulla nei piccoli centri, nelle grandi città può risultare decisiva per fermare il centrodestra,  Ed è evidente che su quella partita Zingaretti si giocherà molto, se non  tutto. Un flop segnerebbe probabilmente il fallimento della sua segreteria. E aprirebbe definitivamente la corsa per la successione per cui molti vedono favorito il  governatore dell’Emilia Romagna Stefano Bonaccini.