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Come creare lavoro «buono» È il momento giusto per farlo

di Marco Ziliotti -

25 febbraio 2021, 08:39

Come creare lavoro «buono» È il momento giusto per farlo

Solo pochi decenni fa, molti economisti e scienziati sociali preconizzavano che l'evoluzione esponenziale del progresso tecnologico avrebbe in tempi relativamente brevi portato alla "fine del lavoro", con il completo riscatto dell'umanità dalla fatica cui era stata condannata dal peccato originale di Adamo; ora, possiamo con certezza affermare che si sbagliavano, o, ad essere benevoli (atteggiamento doveroso verso quei coraggiosi che tentano di azzardare previsioni economiche), avevano colto solo parzialmente gli effetti del fenomeno.

È senz'altro vero, infatti, che le nuove tecnologie e la profonda riorganizzazione del lavoro provocata dalla globalizzazione (essa pure, in larga parte, figlia del progresso tecnico) hanno consentito, e ancora più consentiranno, di rendere marginale o addirittura superfluo l'intervento diretto dell'uomo in una gamma rapidamente crescente di attività e mansioni. Tuttavia, l'esito non sembra essere un felice ritorno al giardino dell'Eden, quanto, purtroppo, soprattutto nei paesi maggiormente sviluppati, fra cui il nostro, diffuse e spesso gravi sofferenze sociali.

A farne le spese, anzitutto, la classe media, compressa dalla polarizzazione delle opportunità di impiego fra lavori “buoni” - non solo come remunerazione economica -, associati a competenze specialistiche , settori ad alto contenuto di know how, aree metropolitane; e, di converso, lavori di bassa qualità,  scarsamente remunerati, precari e a forte rischio di alienazione (forse,  a riguardo, il drammatico scenario offerto da «Sorry we missed you», il recente film di Ken Loach, riesce ad essere più eloquente di qualsiasi trattato di sociologia).

Gli effetti negativi del fenomeno - perdita di potere di acquisto e, ancor più grave, di senso identitario - non si limitano ad impattare sulla sfera individuale: come ampiamente dimostrato da molti studi (fra i più citati, quelli di Dani Rodrik, economista di Harvard), essi rappresentano una causa, probabilmente decisiva, della diffusa percezione di emarginazione e della conseguente perdita di fiducia nelle classi dirigenti, all'origine, fra l'altro, di crescenti pulsioni populiste e demagogiche di varia natura.

Occorre quindi (ri)partire dalla questione di fondo: concepire il lavoro come «sacrificio», utile esclusivamente per percepire un reddito (idea peraltro prevalente nei modelli economici mainstream) è un esercizio non solo riduttivo, ma pericolosamente fuorviante: non esistono sussidi di disoccupazione o redditi di cittadinanza che possano sostituire la realizzazione della persona - sia come individuo che come membro della comunità - generata da un lavoro «buono»; esso è appunto buono nella misura in cui garantisca la realizzazione di sé (ciascuno, nella propria unicità, secondo i suoi specifici talenti) e quindi l’affermazione del proprio ruolo/identità nella società.

Creare lavori «buoni», dunque, produce anche importanti effetti virtuosi per la collettività nel suo complesso, tipico esempio di esternalità positiva; come tale, degno di specifici incentivi da parte dello Stato. Auspicabili, quindi, interventi pubblici che, oltre ad una profonda revisione degli strumenti di welfare verso vere ed efficaci politiche attive del lavoro, prevedano adeguati incentivi a sostegno di comportamenti virtuosi dei soggetti privati, in almeno tre direzioni.

In primo luogo, a favore di un radicale ammodernamento del sistema scolastico ed universitario (con la «transizione culturale» auspicata da Draghi nel suo recentissimo intervento in Senato, ad iniziare dal potenziamento degli Istituti Tecnici e delle competenze scientifiche - si veda il boom delle assunzioni dei laureati Stem -). Ancora, certo non meno importante, dato il livello patologicamente basso del tasso di occupazione femminile italiano, a favore di iniziative (organizzazione del lavoro – anche smart -, asili nido, orari e calendari scolastici, ecc.) che finalmente declinino il principio delle pari opportunità non solo in termini di quote rosa. In terzo luogo, con incentivi a favore delle imprese, mirati a sostenere progetti di formazione continua; ancora, di parità di genere; e - tema cruciale - di investimenti in tecnologie che non si limitino a sostituire lavoro con capitale, ma appunto creino «buone» opportunità professionali. Il progresso tecnologico è il motore dello sviluppo, ma la tecnologia deve essere al servizio dell'uomo, non viceversa.

Può sembrare un esercizio velleitario, in un momento di drammatica emergenza occupazionale come quella attuale, discriminare fra occupazioni «buone» e «cattive». In realtà, è proprio ora, alla vigilia del piano di ricostruzione postpandemica, che il nostro Paese può cogliere la storica opportunità di investire sulla qualità - oltre che sulla quantità - delle occasioni di lavoro.