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EDITORIALE

Mossa a sorpresa per salvarsi

di Stefano Pileri -

05 marzo 2021, 08:55

Mossa a sorpresa per salvarsi

Questa  volta Nicola Zingaretti è riuscito a sorprendere tutti.  Ha giocato d’anticipo. Ha messo sul piatto le proprie dimissioni da segretario del Partito Democratico. Quando nessuno se le aspettava. E lo ha fatto con un messaggio su Facebook dai toni vittimistici, ma efficaci. Toni durissimi verso coloro – e sono tanti – che da settimane lo criticano. Molti vedono in questa mossa  un tentativo di spiazzare gli avversari interni.  Costringerli a riconfermargli la fiducia e consolidare la sua leadership. È  probabile che  sia così. E molti sono pronti a scommettere che le dimissioni verranno respinte  nell’assemblea del Pd prevista tra dieci giorni. Magari all’unanimità.  Ma le imboscate sono sempre possibili, tanto più in casa Pd. Si vedrà.  
Di certo, comunque vada a finire,  è l’ennesimo sintomo della  gravissima crisi che sta vivendo ormai da tempo il Partito  democratico. Un partito sempre più spaccato e diviso.  Contro Zingaretti, c’è la corrente di Base riformista, composta da molti ex renziani. Corrente che ieri ha fatto notizia per il suo lungo silenzio sulle dimissioni del segretario. Silenzio poi interrotto da un messaggio molto “istituzionale”  e piuttosto freddo del ministro Guerini. 

Ma nell'area critica sulla linea del segretario  c’è   soprattutto il fronte degli amministratori locali.   Con i sindaci  più noti, da Decaro a Nardella, da Gori a  Sala, che  in questi mesi non hanno certo risparmiato critiche al segretario. Era evidente a tutti che stava ormai nascendo un fronte che voleva un cambio alla guida del Pd e vedeva nel  governatore dell’Emilia Romagna, Stefano Bonaccini, il proprio leader naturale. Ed è probabile che, con la mossa delle dimissioni, Nicola Zingaretti riuscirà per il momento a neutralizzare questa fronda, che non era ancora pronta a dare la scalata al partito.  


Da qualunque punto di vista lo si guardi, però, questo ennesimo travaglio interno al Partito democratico non basterà a risolvere la questione della sua mancanza di identità e della sua  linea politica sempre più  confusa e contraddittoria. È vero:  in questi due anni alla guida del Pd, Zingaretti è riuscito a portare a casa un discreto risultato elettorale alle Europee. E, soprattutto, è riuscito  a salvarsi alle regionali in Emilia Romagna e in Toscana.  Ma, ancor più adesso con il governo Draghi,  sono evidenti a tutti i limiti della sua scelta di puntare tutto su Giuseppe Conte e di indicarlo come leader  di un’alleanza strutturale con il Movimento 5 Stelle. I primi sondaggi dopo l’annuncio che l’ex premier era il nuovo leader dei “grillini” sono stati impietosi: M5S in crescita di sei punti  oltre il 22% e Pd in calo al 14%. Sono sondaggi e valgono quel che valgono. Ma - è la domanda che si pongono tanti - che senso ha votare un Pd “contizzato” quando puoi votare l’originale?