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Enrico Letta alla ricerca dell'anima perduta del Pd

di Domenico Cacopardo -

15 marzo 2021, 10:57

Enrico Letta alla ricerca dell'anima perduta del Pd

Il Pd era nato nel 2007, con l’obiettivo di «fare un'Italia nuova. È questa la ragione, la missione, il senso del Partito democratico. Riunire l'Italia, farla sentire di nuovo una grande nazione, cosciente e orgogliosa di sé. Unire gli italiani, unire ciò che oggi viene contrapposto: Nord e Sud, giovani e anziani, operai e lavoratori autonomi. Ridare speranza ai nuovi italiani, ai ragazzi di questo Paese convinti, per la prima volta dal dopoguerra, che il futuro faccia paura, che il loro destino sia l'insicurezza sociale e personale … un partito a vocazione maggioritaria …». Si è perso per strada ed è diventato qualcosa di diverso, forse opposto alla generosa visione iniziale. Non ci imbarcheremo nel cercare le ragioni dell’accaduto, della grave decadenza, politica ed elettorale, ma cercheremo di annotare sinteticamente le questioni dell’attualità, quelle della società nazionale e quelle della sinistra. Posta di fronte all’occasione più importante della storia d’Italia (pur avendo contribuito alla decisione dell’Ue di intestarsi la ripresa), il più grande investimento in futuro e modernità rappresentato dall’europeo Recovery Fund, l’alleanza 5Stelle-Pd è miseramente naufragata. Questo il fatto sostanziale che ha allontanato dal potere Giuseppe Conte, portando alla premiership Mario Draghi. Nato sotto la regia di Sergio Mattarella, il nuovo governo ha aperto un terreno di confronto politico inusuale per il traccheggio nazionale, tutto legato ai partiti e partitelli dell’immediato. Mai all’interesse nazionale. 

Un terreno di confronto consistente nei problemi e nelle cose da fare per riportare il Paese al posto che merita (e che s’era conquistato), a prescindere dal piccolo cabotaggio delle fazioni. Un’operazione che obbliga i partiti a misurarsi non più con le parole, ma con i fatti reali e concreti, dalla pandemia al NGEU, cioè quelli dell’oggi e quelli del domani, diventati fatalmente anch’essi attualità. In questa nuova realtà è naufragato il Pd, posto di fronte a tutte le proprie contraddizioni: da partito del futuro e della nazione a riedizione della socialdemocrazia saragattiana, quella il cui unico scopo era ottenere un certo numero (pochi) di ministeri. Da partito-guida dell’area del centro-sinistra introiettata nell’unificazione di Margherita e Pd, a partito succube e seguace dei 5Stelle, improvvisamente purificati da tutto il populismo fascistoide di cui erano portatori.

Ora, diciamocelo francamente, la democrazia italiana non può fare a meno della sua gamba di sinistra ragionevole e moderata, in una parola riformista (ed è il proprio il riformismo il campo su cui è caduto il Pd). C’è un interesse collettivo alla permanenza di una dialettica fisiologica tra destra, centro e sinistra, in cui il ruolo del Pd si ritrovi e si ritrovi per ciò che era e dovrebbe essere: il perno parlamentare di una politica per il futuro, per i giovani, per l’ambiente.

Ieri, a capo di questo partito, forse mai veramente nato, è stato eletto Enrico Letta: figura prestigiosa rinuncia, quindi, all’incarico manageriale di presidente dell’École d’affaires internationales di Sciences Po (passata, sotto la sua direzione dal 13° al 2° posto nel mondo, dopo Harvard) per entrare negli angusti uffici di via Sant’Andrea delle Fratte, proprio dietro la Galleria Colonna. Letta ha lo standing, l’esperienza politica e istituzionale e le relazioni internazionali che occorrono per far bene. Un far bene che è, tuttavia, gravemente condizionato. Il consenso ampio, pressocché unanime di cui ha goduto nell’elezione, è privo del viatico di un dibattito serio, crudo, approfondito e nasconde una forte dose di ipocrisia. Testimoniata dai documenti che sono circolati nelle ore precedenti l’elezione, primo fra tutti quello della maggioranza zingarettiana (30%) che intenderebbe dettare al nuovo segretario i propri temi e le proprie scelte. Non entriamo nel merito, ma questi e gli altri, coloro che intendono difendere le proprie posizioni di potere interno ed esterno sono, i primi nemici di Enrico Letta. 
Se riuscirà ad andare per la sua strada, quella che gli detta la propria maturità, la propria esperienza, la propria visione fertilizzata da 7 anni trascorsi in Francia, potrà far bene, restituendo al Pd un’anima, l’anima perduta in questi anni, e, soprattutto, un ruolo positivo e propulsivo nella società nazionale. Non c’è un altrimenti o un altrove solo la fine. 
Questa è la sfida e questa sfida Enrico Letta dovrà vincerla.