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La missione (im)possibile di Letta: un Pd unito

di Augusto Schianchi -

16 marzo 2021, 08:40

La missione  (im)possibile di Letta: un Pd unito

Il rientro di Enrico Letta nella politica italiana è un fatto molto positivo. Perché Letta impersona un modo di fare politica nella migliore tradizione italiana. Una tradizione di moderazione e tolleranza. Letta è uno di quelli “che non si chiede cosa il suo Paese può fare per lui; si chiede cosa lui può fare per il suo Paese”. Letta rappresenta, non unico, la tradizione dei cattolici democratici, un movimento con limitata capienza elettorale, ma con grande influenza per la storia sociale del nostro paese, a partire dalla stesura della Costituzione.

Letta si era auto esiliato dalla politica, trasferendosi a Parigi per insegnare, dopo la sua estromissione dalla presidenza del consiglio da parte di Renzi. Un atto questo di arroganza e presunzione che nel giro di pochi mesi si era rivolto contro il suo autore. La gente aspira ad una guida solida, ma nel rispetto di tutti, a partire dai propri amici. 

Letta ritorna, ma non ritrova il Paese che aveva lasciato sette anni fa. Il Movimento 5Stelle da piattaforma social ha vinto le elezioni con ampio margine ed ha assunto la regia nella scelta dei governi. Ne ha fatte due, opposte tra loro. Poi Renzi (sì, ancora lui) ha rovesciato il tavolo, ed è arrivato Mario Draghi. Il nuovo presidente non fa miracoli, è sciocco chi lo pretenderebbe. Ma è il migliore di questi tempi, con lui di meglio non si potrebbe fare. Non fa miracoli, perché Draghi non lavora da solo, ma deve contare su un apparato pubblico che è quello che è, per gli aspetti positivi e per quelli un po' meno (per l’organizzazione, non per le persone).

Draghi presidente costringe i partiti ad avviare una riflessione, a partire da sé stessi. Il M5stelle ha già affrontato il problema, e ne è uscita una scissione, con l’ala movimentista che ha abbandonato il proprio campo ed è passato all’opposizione.  Con l’arrivo di Letta, inizia anche la stagione del Pd. E la situazione è molto complicata, perché quando il gioco si fa duro, i duri riaprono la discussione partendo da capo. E allora si ritorna al peccato originale del Pd: l’unione di diversi, dei cattolici democratici e la sinistra ex-Pds. Entrambi evidenziano una comune elevata sensibilità sociale (ma oggi in tempi di pandemia chi non ce l’ha?), ma tra le due componenti c’è una differenza radicale. Per i cattolici democratici la democrazia «vivente» parte dal basso, come espressione delle aspirazioni della gente, soprattutto quella meno importante. 
E’ l’anima cristiana che emerge oltre l’ultimo ostacolo, politicamente integrata da Mazzini e Cattaneo. Per i democratici di sinistra, nel più grande rispetto della loro storia e delle persone, la democrazia è comunque figlia del centralismo democratico. La democrazia è sacrosanta, ma sui «fondamentali» il pensiero si cala dall’alto. La democrazia dei cattolici democratici è molto diversa dalla socialdemocrazia. Per loro lo stato deve esprimere la volontà delle persone, che si prendono «cura» dello stato. Possono essere le fondazioni radicate nei territori, fondate sul volontariato ad occuparsi della povertà, non la burocrazia pubblica. Per la socialdemocrazia è lo stato che interpreta i bisogni dei cittadini e se ne prende «cura». E’ proprio il peso della presenza pubblica che fa la differenza tra le due «visioni». Lo stato è molto più forte, ma la società civile nelle sue componenti migliori sa fare la differenza. In Germania questa diversità di visione politica è chiarissima. Nel Pd questo confronto sul ruolo dello stato è andato avanti sin dalla sua partenza, per emergere e scomparire periodicamente.

Tutto questo coabita, seppure ad un piano inferiore, con la dirigenza professionale dell’attuale personale politico, che pensa in primis ad assicurarsi la propria sopravvivenza, il «primum vivere» di Andreotti. Da qui, nel Pd di questi tempi di «riflessione», il rifiorire di correnti, gruppi di amici, di amici di amici. Profili ideologici, le giusti ambizioni al potere e le carriere personali si confondono come sempre. Letta progetta un partito unitario, dai centristi a Leu, con alleanza esterna con i 5Stelle, in condizioni di sana competizione. Ma i giornali già riferiscono di D’Alema che vuole la scissione a sinistra per unirsi ai 5Stelle. Insomma, obiettivi divergenti, almeno a breve termine, difficili da rendere compatibili. Letta persegue una missione unitaria impossibile; magari lui non lo sa, e per questo potrebbe farcela.