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Vaccini: la lentezza pachidermica dell'Europa

di Filiberto Molossi -

18 marzo 2021, 08:55

Vaccini: la lentezza pachidermica dell'Europa

Un amico mi ha mandato un programma che sta girando su Internet: è un calcolatore che prevede, conoscendo la tua età, quando potrai essere vaccinato. Il calcolatore stima che il mio turno dovrebbe arrivare intorno al mio compleanno: festeggiando in aprile, ho pensato subito che mi fosse andata molto bene. Poi, gonfio di ottimismo, ho guardato meglio: è l'aprile del 2022. E questo se prendiamo in considerazione il piano nazionale: se invece ci basiamo solo sull'ultima settimana di vaccinazioni potrei dovere aspettare, nella peggiore delle ipotesi, qualcosina in più: maggio 2024. Ora non sarà quello che considero poco più che un giochino - e nemmeno un'attesa così assurdamente e ingiustificabilmente  lunga - a scalfire la mia corazza di europeista convinto; ma è indubbio che il piano vaccinale messo in campo prima che dall'Italia dalla Ue assomiglia sempre di più a certe diete che giuriamo di voler fare: cominciano sempre domani. O comunque il giorno dopo.

Dopo un anno, durissimo per tutti (e per alcuni di più), di pandemia il nostro Paese viaggia ancora a oltre 20mila contagiati al giorno mentre il numero dei morti (e quello non è un calcolo empirico ma straziante e terribilmente vero) ha superato le 100.000 unità. Centomila volti, voci, persone. E nonostante sia chiaro, anzi lampante, che per invertire questa tendenza e cominciare davvero a rivedere la luce in fondo al tunnel dello spaventoso tsunami economico, emotivo ed esistenziale  causato dal Covid-19 serva una vaccinazione di massa in tempi più brevi possibili, a ieri i vaccinati  in Italia superavano appena il 3% del totale. Andrà tutto bene? E' lecito chiederselo considerato che  a fronte dei proclami ministeriali (tutti vaccinati entro novembre, no ottobre, anzi settembre!) e dei troppi vorrei ma non posso («potremmo vaccinare tot milioni di persone al mese»: peccato manchino le dosi...) i fatti raccontino un'altra storia. Ad esempio che mentre nella Gran Bretagna fresca di Brexit si torna a scuola (e qui chiudono tutte) e negli Stati Uniti riaprono i cinema, in Europa la campagna vaccinale procede con pachidermica lentezza in un terreno oltretutto minato. Un clamoroso autogol, appare, in questo senso, la strategia della Ue che da una parte lamenta di avere pochi vaccini e dall'altra è poi costretta ad ammettere di avere esportato ben 34 milioni di dosi a 31 Paesi europei, oltre 9 milioni proprio a quel Regno Unito dove attualmente ci si preoccupa molto di più delle dichiarazioni di Meghan e Harry che non del Covid. E qui bene ha fatto Draghi, dimostrando carattere e autorevolezza, a bloccare 250.000 dosi di AstraZeneca in partenza verso l'Australia, forse l'unico (e il più lungimirante) tra i premier dell'Unione a prendere sul serio il regolamento sull'esportazione dei vaccini deciso  dalla stessa Bruxelles.

Eppure siamo qui: in coda. In attesa, come dal salumiere o in posta, che arrivi il nostro turno. Che poi è l'unica possibilità di riavere indietro (almeno in parte) la vita precedente, gli abbracci (e i sorrisi) di prima. Ma questa è e resta una corsa ad ostacoli: la caccia al vaccino rafforza comportamenti protezionisti e nazionalisti che forse ingenuamente qualcuno credeva passati di moda. Tanto che la Ue, costretta a rincorrere, si è pure domandata se la Gran Bretagna, dove la vaccinazione è massiva e i contagi sono calati drasticamente, non abbia bloccato le esportazioni delle dosi per darle prima ai propri cittadini. Il dubbio c'è, anche se Londra ha respinto con sdegno al mittente le accuse. Non solo: se ogni Paese cerca di tirare acqua al suo mulino, la Ue (e l'Italia di riflesso) deve vedersela anche con le continue inadempienze di Big Pharma: le case che producono i vaccini hanno la brutta, e sempre più frequente, abitudine di non onorare gli impegni presi. Promettono cioè di inviare un numero di dosi e poi regolarmente riducono (anche di molto in percentuale) le consegne. Lasciando il Vecchio Continente, incapace fino ad ora di fare la voce grossa, ad annaspare. A questo si aggiunga l'enigma Sputnik (è un vaccino valido? Ancora non si è capito) e il recente (e forse scientificamente immotivato) blocco di AstraZeneca, che ha ulteriormente rallentato la campagna vaccinale.

E' chiaro ormai che  quella che si gioca sulle vaccinazioni è una delicata partita geopolitica, una guerra (non solo di nervi) nemmeno troppo fredda. Lungi da me avere la presunzione di dare consigli alla presidente della commissione Ue Ursula von der Leyen: ma ricordo che Billy Wilder, un genio vero, quando era incerto su come girare una scena si chiedeva cosa avrebbe fatto Lubitsch. Ecco, seppure la situazione odierna non abbia paragoni alcuno, il numero uno della Ue potrebbe ogni tanto domandarsi cosa avrebbero fatto al suo posto Adenauer, De Gasperi e Schuman, i padri fondatori di quell'Europa che oggi lei è chiamata a guidare con fermezza. Per uscire dalle secche e cambiare marcia ci vuole ispirazione. E l'unica cosa che adesso serve davvero: coraggio.