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Vaccini e farmaci, l'«oro nero» del futuro

di Franco Mosconi -

19 marzo 2021, 08:43

Vaccini e farmaci, l'«oro nero» del futuro

Investire in ricerca e sviluppo (R&S) è un po’ come coltivare la terra: la semina richiede tempo, pazienza e perizia per dare i suoi frutti. E’ in questa luce - ci domandiamo - che possiamo cercare di approfondire le cause “industriali” del divario fra gli Stati Uniti e l’Unione europea (Ue) nella corsa al vaccino?

La Commissione europea censisce le 2500 società che nel mondo investono di più in R&S; l’ultima edizione pubblicata è «The 2020 EU Industrial Investment Scoreboard». È una graduatoria che alza il velo sulle dinamiche in atto nella cruciale industria farmaceutica. Essa («Pharmaceuticals and Biotechnology») è presente con tantissime imprese nella graduatoria in oggetto, insieme a imprese operanti nelle tecnologie dell’informazione e della comunicazione.
Sono dinamiche che, viste dall’Ue, divengono particolarmente sensibili considerando il successo americano nella scoperta dei primi vaccini contro Covid-19: ben tre su quattro (fermiamoci a quelli a tutt’oggi approvati dall’autorità di regolazione europea), anche se nella messa a punto del primo (Pfizer) assai rilevante è stato il contributo di un’azienda tedesca nata come start-up tecnologica a Magonza nel 2008 (BioNTech) e finanziata nel 2020 dal Governo federale tedesco. Americani sono poi i vaccini di Moderna e di Johnson & Johnson, mentre europeo (ma extra-Ue) è quello di AstraZeneca.

Ora la domanda diviene: gli investimenti in R&S, così come risultano dalla graduatoria, giustificano questo risultato? Concentriamo la nostra attenzione sui primi 100 investitori al mondo in R&S. Ebbene, appartengono all’industria «farmaceutica e delle biotechnologie» ben 23 imprese di questa élite, che vanta una elevatissima «intensità della ricerca» (il rapporto fra investimenti in R&S e fatturato oscilla intorno al 20%). La ripartizione geografica di queste 23 imprese ci avvicina all’oggetto del contendere: 10 sono americane, 5 dei paesi dell’Ue, 4 di paesi europei extra-Ue e, infine, 4 giapponesi.

Più nel dettaglio: nel 2019 Johnson & Johnson ha investito 10,1 miliardi di euro in R&S (10ª nella graduatoria generale); Pfizer 7,4 miliardi di euro (16ª); AstraZeneca 4,8 miliardi di euro (32ª). Infine, un caso davvero speciale è quello di Moderna, l’azienda nata una decina d’anni fa nel cuore della città universitaria più importante del mondo, Boston. Moderna Inc. non è nella lista delle prime 100 imprese per investimenti in R&S - utilizzata in questa sede - collocandosi al 375° posto nella graduatoria completa delle 2500 di fonte Ue. Ma quel che conta è la sua spiccata specializzazione, sin dalla nascita, nella «tecnologia mRNA» e il suo spettacolare rapporto fra spese in R&S (388,2 milioni di euro) e fatturato (53,6 milioni), pari al 724,3%.

Questo breve elenco non vuol dire che nell’industria dell’Ue non vi siano eccellenze fra le imprese farmaceutiche; anzi, è vero il contrario se pensiamo – per restare alle due più grandi – alle aree terapeutiche coperte dai prodotti di Sanofi e Bayer. E lo stesso può ripetersi per le tante eccellenze tecnologiche presenti nell’industria farmaceutica italiana, a cominciare da quella presente sul nostro territorio, la Chiesi Farmaceutici.

Che cos’è, dunque, che non è andato per il verso giusto? Le quantità in gioco (i diversi livelli nella spesa in R&S e nei fatturati dell’industria farmaceutica) sulle due sponde dell’Atlantico, insomma, spiegano molto ma non spiegano tutto. E una parte della risposta risiede, crediamo, in aspetti istituzionali (lato sensu). Abbiamo certamente qualcosa da imparare dalla prontezza con cui sono stati erogati dal Governo federale americano, una volta esploso il nuovo coronavirus, i cospicui finanziamenti necessari per mettere a punto, in tempi non immaginabili fino allo scorso anno, vaccini efficaci e sicuri rispettando i tre fondamentali «trials» clinici.
Ma anche guardando in casa nostra abbiamo tutti qualcosa da imparare. Primo: oggi più di ieri è necessaria quella che già ai tempi della Commissione Delors venne definita come una «politica industriale europea concertata che permetta di superare le strategie settoriali lungo le linee nazionali e di ridurre le barriere esistenti tra le grandi imprese nazionali».

Secondo: così facendo, i «Campioni europei» rappresenteranno sempre più lo sbocco naturale. Champions che ho avuto modo di classificare in due tipologie: quelli sul modello di Airbus e STMicroelectronics (cooperazione fra governi europei che mettono assieme i loro rispettivi asset in una determinata industria); e quelli frutto di operazioni di fusione e acquisizione sul mercato (integrazione di imprese con lo stesso core business, come nei recenti casi EssilorLuxottica e Stellantis).

Terzo: molti insegnamenti possono, infine, essere tratti dalla storia di successo del Cern di Ginevra. Parliamo della cooperazione nei campi della ricerca di base dove gli sforzi richiesti in termini di dotazione di capitale – umano, tecnologico, finanziario – vanno spesso ben al di là delle possibilità dei singoli Stati nazionali. Possiamo provare a metterla così: in principio fu la fisica delle particelle; oggi è – e domani ancora sarà - la ricerca medica e farmaceutica contro tutti i coronavirus.