Sei in Editoriale

EDITORIALE

La riforma elettorale e le incognite per Letta

di Luca Tentoni -

21 marzo 2021, 09:09

La riforma elettorale e le incognite per Letta

Fra le prime indicazioni che Letta ha dato circa la linea della sua segreteria, ci sono l'abbandono della proporzionale (che invece era caldeggiata da Zingaretti) per un sistema simile al Mattarellum (1994-2001: 75% dei seggi assegnati in collegi uninominali a ciascun candidato primo classificato; 25% proporzionale fra liste, con soglia di sbarramento al 4%) e la sospensione della candidatura di Gualtieri alle comunali romane (in attesa di un confronto con Calenda e di un'eventuale disponibilità di Zingaretti, ma anche per evitare che il Pd della Capitale "scavalcasse" il neoleader del partito con una decisione troppo repentina e non concordata con i nuovi vertici nazionali). 


Le due cose si legano: entrambe ripudiano la "vocazione maggioritaria" veltroniana del 2008, che in modo velleitario pensava di poter fare a meno di un campo largo di centrosinistra (l'Unione prodiana del 2006) per puntare ad una vittoria solitaria (il Pd, alle politiche di tredici anni fa, si alleò con la sola Italia dei valori, lasciando socialisti e sinistra radicale e comunista fuori dalla coalizione). A Roma come a Napoli, Torino e a livello nazionale, insomma, il Pd di Letta non farà da solo, però non sarà neanche il docile alleato del M5s: infatti, i democratici vogliono assumere (in virtù della loro capacità numerica e politica di aggregare il centrosinistra, da Calenda a Fratoianni) un ruolo di leadership della possibile coalizione "larga" con i Cinquestelle.

Come nel caso dell'Unione di Prodi, ci sarebbe un'area ulivista (il Pd) affiancata da gruppi centristi (Azione di Calenda, Più Europa e forse - ma non molto probabile - Italia viva di Renzi) e da due aree (da un lato Sinistra italiana, Articolo 1 e Verdi; dall'altro, il M5s) più radicali o comunque tali da prendere il posto - simbolicamente - della sinistra giustizialista del 2006. Per mettere insieme un raggruppamento così vasto, la proporzionale non può funzionare, perché è un sistema nel quale ogni partito corre per proprio conto cercando di sottrarre voti soprattutto ai «vicini». Il Mattarellum o un sistema maggioritario all'inglese o alla francese sono invece tali da costringere i partiti piccoli a entrare nelle coalizioni pur di non scomparire; inoltre, se il M5s decidesse di non allearsi col Pd, a fronteggiare una destra unita ed egemonizzata dai sovranisti ci sarebbero due poli deboli, proprio come nel 1994 quando alla fine furono proprio FI, Lega e An (oggi FI, Lega e FdI) ad avere la meglio. In questo scenario, la competizione a due turni per le comunali (prevista per il prossimo autunno) è il miglior banco di prova possibile per la riuscita dell'alleanza «neo-unionista».

Anche se a Roma si presentassero al primo turno la Raggi per i Cinquestelle e Gualtieri o Zingaretti o Calenda per il Pd, è quasi certo che solo uno arriverebbe al ballottaggio per sfidare il candidato del centrodestra. Quindi la coalizione si costruirebbe strada facendo, affidando la scelta del candidato comune - col voto al primo turno - agli elettori di centrosinistra e ai grillini. Diversamente, a Torino (candidato di centrosinistra o «della società civile»), a Milano (Sala, Verdi) e a Napoli (il pentastellato Fico, presidente della Camera) si potrebbe andare da subito con un esponente comune. La prova delle amministrative 2021 sarà decisiva per la segreteria di Letta quanto la battaglia per l'elezione del nuovo Capo dello Stato (inizio 2022): se il leader del Pd supererà indenne la prima tappa e magari anche la seconda (con un accordo generale fra i partiti per eleggere Draghi o confermare Mattarella, oppure - al limite - per portare al Colle l'ex presidentessa della Corte Costituzionale Cartabia) potrà tranquillamente chiudere con le destre l'accordo per la riforma elettorale maggioritaria e raggiungere col M5S l'intesa per la nascita di una nuova Unione di tipo federativo-cooperativo. Alle successive elezioni (primavera 2022 o, più probabile, 2023) Letta sarebbe ancora in sella per decidere le candidature del Pd e riequilibrare anche l'attuale composizione dei gruppi parlamentari (oggi enormemente sbilanciata a favore della componente ex renziana). Tutto si tiene, dunque. Se le comunali andranno male o se pentastellati e democratici non troveranno un'intesa, anche la segreteria di Letta non avrà un futuro roseo.