Sei in Editoriale

EDITORIALE

Capitali pazienti per imprese responsabili

di Marco Ziliotti -

24 marzo 2021, 10:44

Capitali  pazienti per imprese responsabili

I due paradigmi, per molti versi complementari, di sviluppo sostenibile e di responsabilità sociale stanno riscuotendo crescente interesse da parte del mondo delle imprese.
A ben vedere, entrambi scaturiscono da un virtuoso processo di maturazione nel modo di concepire – e di vivere – il valore fondativo delle civiltà moderne: la libertà. Se ci si limita infatti: ad interpretarla esclusivamente come condizione (acquisizione di diritti), la storia e l’attualità insegnano come essa degeneri pericolosamente nell’egoismo individualistico del “tutto subito”, oppure nella demagogia velleitaria del “tutto a tutti”. Da qui l’imperativo di evolvere verso l’idea di libertà come capacità: per essere capaci di scegliere liberamente, è necessario saper valutare – attribuire un valore – agli effetti delle proprie scelte su sé stessi, sugli altri e sull’ambiente. Insomma, non c’è vera libertà senza responsabilità.


Va comunque sgombrato il campo da ogni possibile equivoco: l’impresa responsabile non solo non rinnega, ma al contrario vede rafforzata quella che resta la sua finalità: creare, con modalità efficienti ed efficaci, valore economico. È semmai il sottostante concetto di valore che evolve, anzitutto riguardo all’orizzonte temporale di riferimento: la massimizzazione del “valore delle azioni” nel breve periodo viene superata dall’obiettivo di crescita equilibrata nel lungo, con la consapevolezza che essa sarà tanto più alimentata quanto più estesamente ne saranno coinvolti i portatori di interesse (proprietari/azionisti, collaboratori, comunità, ecosistema).

Imprese che guardano lontano, quindi. In questo senso, non può che aiutare il modello della “impresa familiare”, tipico di larga parte delle imprese italiane, data la sua naturale propensione all’identificazione nel progetto di lungo periodo e nella simbiosi col territorio. Ma, d’altra parte, ne sono altrettanto ben noti i limiti: capitalizzazione spesso inefficiente, da cui diffuso “nanismo” dimensionale. Troppo spesso i nostri campioni nazionali, pur eccellenti nella qualità del “saper fare”, si trovano a competere con imprese estere di dimensioni multiple (di cui rischiano di diventare preda in occasione della prima difficoltà finanziaria o del delicato momento di passaggio generazionale).


Da qui la necessità che le imprese, sempre più “responsabili”, siano supportate ed accompagnate da una finanza altrettanto responsabile in termini di pazienza e lungimiranza. In tal senso, sul fronte dei capitali di finanziamento si registrano segnali positivi: un numero crescente di banche che operano nel nostro Paese ha confezionato finanziamenti ad hoc per progetti connessi allo sviluppo sostenibile.
Ma anche il mercato del capitale di rischio è in fermento, in un contesto di abbondante liquidità (a seguito delle politiche monetarie ancora espansive da parte delle banche centrali). L’offerta del cosiddetto permanent capital è crescente, sia proveniente dagli investitori internazionali (fondi pensionistici ed assicurativi, colossi privati come BlackRock e lo stesso Berkshire Hathaway di Warren Buffet), che da ristretti gruppi (club deal) di famiglie italiane detentrici di grandi patrimoni, spesso organizzate in forme di family office.
Tali investimenti pazienti tipicamente si concretizzano in apporti di capitale “minoritari” (senza pretendere, quindi, il controllo della governance), insieme all’inserimento di manager specializzati, a supporto appunto della crescita di lungo periodo.
L’evoluzione culturale delle imprese italiane è dunque messa alla prova anche su questo fronte: fatte salve le indispensabili attente valutazioni di opportunità, l’ingresso di investitori esterni nel capitale non deve essere più considerato un tabù.