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EDITORIALE

L'economia è tornata indietro di 20 anni

di  Mario Menegatti -

25 marzo 2021, 08:40

L'economia è tornata indietro di 20 anni

Il dibattito che accompagna la predisposizione del Recovery plan, che dovrà essere presentato nei prossimi mesi dal governo all’Unione europea, è spesso focalizzato su quali riforme possano essere realizzate, con i fondi che riceveremo dall’Europa, allo scopo di generare crescita nella nostra economia. 
Ma perché la crescita è così importante per l’Italia? Ovviamente, la necessità di produrre un'espansione economica si giustifica innanzitutto con la grave crisi registrata nel corso del 2020, che ha determinato, nel nostro Paese, una caduta del Prodotto interno lordo (Pil) di circa nove punti percentuali. Questo dato, già di per sé indicativo di una recessione molto pesante, deve, però, essere considerato in una prospettiva più ampia, che consideri come esso si inserisca all'interno di una dinamica strutturalmente debole della nostra economia, che non ha ancora consentito all’Italia di superare completamente gli effetti della crisi mondiale del biennio 2008-2009  (la cosiddetta crisi dei «mutui subprime»).
Per comprendere appieno la rilevanza di questo problema proviamo a fare un semplice esercizio. Consideriamo il Pil reale pro capite, che, seppure con alcune semplificazioni, può essere visto come una misura della ricchezza che ogni economia produce in un anno per ciascuno dei suoi cittadini. Poiché il Pil pro capite tende mediamente ad espandersi nel corso del tempo, un calo, come quello derivante dalla pandemia, ne riporta il valore a quello di alcuni anni fa. È come se la pandemia spostasse indietro le lancette dell’orologio dell’economia, portandole indietro di alcuni anni. 

L’economia è tornata indietro di vent’anni. 
Questo ritorno al passato riguarda naturalmente tutti i Paesi, ma è, nel caso dell’Italia, particolarmente importante, con «l’orologio del Pil» che, a causa del suo andamento in tutto l’ultimo periodo e non solo nell’ultimo anno, si è riportato addirittura a prima dell’inizio del secolo. Con un po' di semplificazione, ciò ci dice che, dal punto di vista della ricchezza media prodotta, l'economia italiana è oggi allo stesso livello di più di venti anni fa. 
Il dato è molto grave perché indica che, per la prima volta dal Dopoguerra, la ricchezza prodotta da una generazione non è superiore a quella prodotta dalla generazione precedente, interrompendo un cammino di progresso economico che aveva caratterizzato tutta la nostra storia recente.
A ciò si aggiunge, inoltre, il fatto che il nostro Paese appare caratterizzato da gravi diseguaglianze, sia fra territori diversi sia, all'interno del medesimo territorio, fra i cittadini, le cui conseguenze negative, pur presenti anche in una fase di crescita, diventano drammatiche sul piano economico e dirompenti su quello sociale, quando l’economia non si espande o addirittura si contrae.
Certamente, quando la pandemia terminerà, tutte le economie evidenzieranno una fase di ripresa in cui parte della caduta dell'ultimo anno verrà recuperata. Come mostrato in precedenza, però, la crisi del nostro Paese viene da più lontano ed ha chiaramente un carattere differente. E' concreto, quindi, il rischio che la ripresa appaia insoddisfacente, se essa non sarà accompagnata da interventi strutturali di portata adeguata.
Ecco perché diventa cruciale l'occasione fornita dal Recovery plan ed ecco perché è essenziale  mettere la crescita al centro di questo progetto.
Non farlo potrebbe costituire la perdita di una opportunità, forse unica, di allontanarsi da quel sentiero di declino su cui il nostro Paese si è, purtroppo, incamminato, e di far ripartire le lancette dell’orologio della nostra economia, ormai ferme da troppo tempo.