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EDITORIALE

Il timoniere Draghi ha cambiato rotta al Paese

di Domenico Cacopardo -

26 marzo 2021, 08:40

Il timoniere Draghi ha cambiato rotta al Paese

Sono quasi trascorse sei settimane dal giuramento (13.2) del Governo Draghi e i segni di un cambio molto sostanziale emergono con chiarezza.
Prima di tutto lo stile sobrio, senza nessuna forzatura o rullii di tamburi. Il premier è uno di quei personaggi che vanno iscritti d’ufficio nella schiera degli esponenti del pensiero etico di matrice cristiana: con gradualità e cautela, ha imposto il proprio aplomb, e poi ha mostrato la direzione di marcia e le relative novità.

Il primo tema, drammatico e ineludibile, è la pandemia, rispetto alla quale l’allontanamento di Arcuri, la nomina di un commissario all’emergenza sanitaria nella persona del generale Figliuolo, portatore delle conoscenze e capacità logistiche del complesso militare, il ritorno alla fisiologia del ruolo della Protezione civile sono la sostanziale espressione di una chiara idea politico-amministrativa. E poi un’attenzione consapevole e penetrante ai problemi specifici interni ed europei della gestione pandemica: la questione dei vaccini, nella quale s’è visto quanto conti un uomo, stimato sì dai vertici internazionali, ma di essi non succubo, capace quindi di prospettare scelte e soluzioni nazionali non in polemica con le istituzioni comunitarie ma in autonomia da esse.

Naturalmente, le variazioni di rotta di un bastimento come l’Italia richiedono tempo e pazienza. E sono convinto che in capo a qualche settimana, gli impegni del generale Figliuolo si trasformeranno in vaccinazioni: tante, vicine comunque all’obbiettivo di 500.000 al giorno.

Ma dove Draghi in modo asciutto e pungente ha inciso direttamente è il «côté» politico-istituzionale interno. Qui sono in corso le operazioni preparatorie all’ufficializzazione del Ngeu (New Generation Ue), il programma di utilizzazione degli ingenti fondi stanziati a favore dell’Italia dall’Unione che ha adottato una strada nuova mai percorsa prima. E iniziano a vedersi gli effetti dell’azione di alcuni ministri. Per esempio, Giorgetti, Giovannini, Franco, Colao, Cingolani tutti dotati di orientamenti chiari, privi di preconcetti partitici e capaci quindi di contribuire con conoscenze e sensibilità alla trattazione di dossier caldi, fiammeggianti. 

Il premier, dal canto suo, mercoledì 24 in Senato ha, fra l’altro, dichiarato: «Mentre alcune Regioni seguono le disposizioni del Ministero della Salute, altre trascurano i loro anziani in favore di gruppi che vantano priorità probabilmente in base a qualche loro forza contrattuale. Dobbiamo essere uniti nell’uscita dalla pandemia come lo siamo stati soffrendo, insieme, nei mesi precedenti… Sarà impegno del governo, nelle settimane a venire, assicurare la massima trasparenza sui vaccini e rendere pubblici i dati sul sito della presidenza del Consiglio». Affermazioni condivisibili alla luce di tutto ciò che sta accadendo, che vanno collegate alla sentenza della Corte costituzionale che ha ribadito che il dovere-potere di gestire la pandemia è in capo allo Stato. Punti, altresì, connessi a una prospettiva inquietante per coloro che non hanno compiuto il loro dovere o l’hanno compiuto parzialmente. La trasparenza promessa, infatti, si sostanzierà in dati, numeri e fatti che saranno posti di fronte alla pubblica opinione da Palazzo Chigi. I giochetti dei mesi scorsi con le geremiadi di accuse nei confronti dello Stato per giustificare le proprie manchevolezze saranno più difficili. Forse impossibili.

Un’«operazione chiarezza» quindi, che è atto di democrazia operante e fattiva, da cui nessuno si potrà sottrarre.

Il primo passo di una lunga marcia è, quindi, compiuto: già Mao Tse Tung scrivendo della Rivoluzione, mise in evidenza che «La Lunga Marcia iniziò con un passo».

Altri, di passi, ne verranno e prima del previsto.