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La questione cinese? Resta ancora irrisolta

di Augusto Schianchi -

28 marzo 2021, 09:13

La questione cinese?  Resta ancora irrisolta

Il problema con la Cina è questo: la Cina è fortemente integrata nell’economia internazionale; ma in parallelo la Cina non sta aumentando il proprio spessore democratico. La recente repressione della democrazia in Hong Kong sta lì a dimostrarlo nella sua drammaticità. Quando nel 2001 vennero avviati i colloqui per consentire l’accesso della Cina al commercio internazionale in condizioni di parità, il presupposto era proprio questo: i paesi industrializzati avrebbero accolto la Cina nel commercio mondiale, purché la Cina avesse progressivamente ampliato il proprio grado di democrazia interna. Nel 1978 si era riposta grande fiducia nel ritorno al potere di Deng Xiaoping e nella sua formula del “socialismo di mercato”. Dopo il crollo dell’Unione sovietica nel 1991, il principio era: sviluppo economico e democrazia camminano insieme.

A Hong Kong la Cina ha ridotto gli eletti direttamente in parlamento al 22% (dal 50%), ha imposto il dovere del “patriottismo”; gli oppositori sono stati minacciati, incarcerati o esiliati; la censura è stata intensificata. Nella riunione del G7 del 12 marzo, la Cina è stata condannata per violazione degli accordi internazionali, ma lei ha tranquillamente negato tutto. 

Il problema è che a fronte di questi pericoli per la democrazia, l’integrazione finanziaria globale della Cina continua a correre. Hong Kong continua a essere un centro finanziario mondiale, con scambi in dollari Usa per 11mila miliardi. La Cina continentale, nonostante le violazioni dei diritti umani e la cyber-guerra, ha attratto nuovi investimenti per 163 miliardi di dollari e 900 miliardi di investimenti finanziari.

E gli attori principali continuano ad essere le solite Morgan Stanley e Goldman Sachs.
La Cina in questi anni ha anche preso l’iniziativa per le innovazioni (con 15 aziende tecnologiche che valgono ciascuna oltre i 50 miliardi) e per le nuove modalità di consumo. Si pensi al commercio online, ai sistemi di pagamento, al riconoscimento facciale. Non ultimo la Cina ha iniziato ad introdurre una nuova regolamentazione in materia finanziaria, in modo da rassicurare appieno gli investitori esteri. 

Il modello cinese è: tutto il potere al partito comunista (al cui interno si fa carriera su basi meritocratiche), che si sovrappone allo stato che governa in modo autoritario e senza opposizione. Peraltro, il funzionamento dello stato cinese nei rapporti con il resto del mondo, nei rapporti d’affari, è regolato sempre più da una legislazione in linea con quella internazionale. Nei rapporti diplomatici invece non è proprio così. La Cina ha assunto una posizione invasiva nei confronti dei paesi vicini, in particolare con Taiwan, con il chiaro obiettivo di allontanare l’influenza americana dall’estremo oriente. Lo slogan della diplomazia cinese è: «La Cina è un grande paese, gli altri sono piccoli, e questo è un fatto». Naturalmente questo ha indotto al formarsi di un’alleanza di contenimento tra India, Australia, Taiwan e Giappone.

Il vero problema è che l’occidente non ha ancora definito una propria strategia.
La via prescelta della guerra commerciale con introduzione dei dazi voluta da Trump si è rivelata un fallimento. Nella guerra a Huawei, su 170 paesi che usano i suoi prodotti, solo una dozzina vi ha rinunciato. La Cina esporta il 22% del totale mondiale. La Cina è il maggior partner commerciale per 64 paesi, gli Stati Uniti solo 38; di fronte alla scelta tra USA e Cina, gran parte dei paesi sceglierebbero la Cina. L’integrazione tra la Cina e il resto del mondo è troppo grande per immaginare un suo isolamento: sarebbe impossibile da perseguire e controproduttivo nei risultati.

Fino ad oggi, i paesi occidentali si sono dimostrati concordi nel fronteggiare l’espansione cinese, ma gli interessi di ciascun paese sono diversi: la tecnologia per gli americani, la finanza per gli inglesi, le auto per i tedeschi, auto e moda per italiani e francesi, risorse minerarie per gli australiani, elettronica e auto per i giapponesi, e così via. Quando si scende nel tener conto degli interessi dei singoli paesi, questi si presentano nel confronto con i cinesi in forma disallineata.
 Di questo si dovrà tener conto per addivenire alla definizione di un’alleanza omogenea, perché il treno cinese proseguirà nella sua marcia, magari aumentando pure la velocità.

 AUGUSTO SCHIANCHI