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Il piano di Biden per le nuove infrastrutture

06 aprile 2021, 09:31

Il piano di Biden per le nuove infrastrutture

Dopo l’approvazione del piano per le compensazioni anti-Covid per 1,9 trilioni (mila miliardi) di dollari, che sommati ai precedenti danno un totale di 3 trilioni, il presidente Biden ha avanzato una nuova proposta per 3 trilioni di dollari, distribuito nei prossimi 10 anni, finalizzato al rinnovo delle infrastrutture, alla diffusione della rete digitale con banda larga, alle trasformazioni necessarie per un’energia pulita, ed alla contestuale creazione di nuovi posti di lavoro. 

Con la sua proposta Biden aspira a collocarsi tra i grandi presidenti che hanno trasformato l’America:  Roosevelt (che ha portato il paese fuori dalla crisi del ’29),  Johnson (con il progetto della Great Society), ma anche Eisenhower (con il piano delle autostrade interstatali) e Kennedy (con il programma spaziale).

Ma Biden incontrerà sulla sua strada un grande problema per la sua approvazione: la copertura finanziaria del piano. Perché le compensazioni anti-Covid sono state coperte con l’aumento del disavanzo pubblico, che ha ormai raggiunto il 15 percento del PIL, un record da tempo di guerra, non superabile, se non con il rischio di un aumento significativo dei tassi d’interesse, con gli inevitabili effetti collaterali. 

Biden ha quindi proposto un aumento delle tasse, a partire da quella sui profitti delle corporation, la cui aliquota dovrebbe passare dall’attuale 21 percento al 28. Mantenendo le tasse invariate per i redditi al disotto dei 400 mila dollari (che negli Stati Uniti rappresenta la soglia dei redditi medio-alti). 

Il problema immediato è quello di trovare una maggioranza per la sua approvazione: in Senato il rapporto è 50 a 50, nel Congresso la maggioranza è modesta, ed i Democratici centristi cercano sempre un compromesso con i Repubblicani.

Ma l’ostacolo maggiore è quello di carattere politico-ideologico: l’idea di aumentare le tasse, invertendo la rivoluzione di Reagan degli anni ‘80. Meglio: si riconosce che i controlli dell’Agenzia fiscale americana si sono ridotti nell’ultimo decennio, e che il taglio fiscale di Trump del 2017 ha aggravato la situazione. L’elusione fiscale negli USA nei paradisi fiscali è di almeno 70 miliardi all’anno (un quinto del totale), e comunque le imposte sui profitti corrispondono all’1 percento del Pil, rispetto al 3 percento della media Ocse. Altri spazi d’imposizione possibili sarebbero quello sui capital gains ed un aumento dell’aliquota marginale sui redditi più elevati. Ma il passaggio al 28 percento sui profitti è comunque molto forte. 

La Corporate America ha immediatamente reagito: le nuove tasse ridurranno la competitività delle imprese americane e indeboliranno la solidità della ripresa post-Covid. Perché non aumentare il prelievo sui carburanti, fermo a 18,4 centesimi il gallone (3 litri e 78) da 25 anni? Motivazioni economiche e preoccupazioni elettorali, come sempre si confondono.

Si rinnova il dibattito sul ruolo dello stato nel contesto economico sociale. In Europa è lo stato che deve finanziare gli investimenti pubblici e assicurare la coesione sociale. Altrettanto negli Stati Uniti, con il contributo storico decisivo di Jimmy Carter e Barak Obama, ma con limiti molto più stringenti. Ma la nuova Sinistra democratica ha rinnovato vigorosamente il dibattito con grande partecipazione giovanile. 
Il dilemma del problema si può riassumere in poche cifre (lo studio originale è di Alberto Alesina, l’economista italiano di Harvard, scomparso prematuramente). Confrontiamo Stati Uniti e Francia (il paese europeo statalista per eccellenza). Nel 1870 la spesa sociale in America era lo 0,3% del Pil, in Francia dell’1,1; nel 1998 In America era dell’11%, in Francia del 21,6. Oggi la spesa sociale è del 19% in USA, del 31% in Francia. 

Ma oggi il reddito medio pro-capite francese è di 45.000 dollari, negli Stati Uniti è di 66.000 dollari. Peraltro le diseguaglianze in America sono molto più diffuse, inclusa una drammatica povertà tra i bambini.

Il dilemma della politica economica pubblica sta tutta qua. Se spendi poco nei benefici sociali hai una crescita dei redditi più elevata, ma anche diseguaglianze maggiori. Se spendi di più, hai meno diseguaglianze, ma anche una crescita minore. Tenendo conto che è la crescita a dover finanziare i benefici sociali attraverso il prelievo fiscale.

Ovviamente non c’è una soluzione migliore dell’altra, dipende dai valori di una collettività. L’America è una democrazia nata contro la prepotenza dello stato; è un paese d’immigrati, che crede in poche tasse, poche tutele pubbliche e lavoro duro che porterà al successo.
Pensiamo che la soluzione migliore sia una via intermedia, tra tasse, crescita e diseguaglianze. Ed è un dilemma di responsabilità tutta della Politica. 

 AUGUSTO SCHIANCHI