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EDITORIALE

Le parole di Draghi e il ruolo dell'Italia

di Augusto Schianchi -

13 aprile 2021, 08:38

Le parole di Draghi e il ruolo dell'Italia

Il presidente Draghi ha una tale autorevolezza personale mondiale, conquistata sul campo, che può permettersi certe affermazioni sopra le righe. Dallo strapazzare i colleghi di Bruxelles per l’eccesso di prudenza burocratica nell’acquisto dei vaccini (che all’inizio non sono stati comprati ma soltanto opzionati), all’attribuzione al presidente Erdogan di una motivata qualifica politica. Perché anche a chi è eletto dal popolo non è consentito di mettere in galera i giornalisti dissenzienti. L’elezione anche maggioritaria in democrazia non attribuisce pieni poteri, ma soltanto quelli fissati dalla costituzione.
Per parte loro, bene hanno fatto le autorità europee ad esprimere il rispetto per le affermazioni di Draghi, ma a distinguere la propria posizione. L’Europa è un’istituzione che dialoga con le altre istituzioni, e mantiene la propria differenza rispetto alle eventuali iniziative politiche individuali. Il “grande gioco” della diplomazia internazionale è un terreno difficile, perché nei rapporti internazionali s’intrecciano interessi strategici, relazioni d’affari e tradizioni diplomatiche.
Erdogan non ha certo dimenticato che fu proprio l’attacco dell’Italia nel 1911 all’Impero ottomano in Libia, ad avviarne la dissoluzione. E - secondo molti storici autorevoli - fu proprio la prospettiva dello scioglimento dell’impero turco a rappresentare la vera causa originaria delle prima guerra mondiale, con l’aspirazione della Russia zarista da sempre interessata ad affacciarsi sul Mediterraneo.

Ma è l’attualissima intromissione della Turchia negli affari interni della Libia, area di tradizionale influenza italiana, a sollevare questioni diplomatiche di grande spessore. Sul come vanno le cose in Libia ci interessa molto, per la questione dell’immigrazione, ma soprattutto per la presenza dell’Eni che ci assicura le nostre forniture energetiche. La nostra tradizione diplomatica post-bellica è stata sempre di grande prudenza, in stile andreottiano, nell’ambito delle nostre alleanze consolidate, con grande disponibilità di forze militari a difesa della pace, e attività di mediazione per conflitti locali, soprattutto in Africa. 
L’Italia ha da sempre accettato di buon grado una politica estera di secondo livello, magari con qualche sprazzo d’indipendenza come nel caso di Sigonella ai tempi di Craxi. Segno di indipendenza, ma nei confronti degli amici, sperando in uno sguardo di tolleranza nell’immediato, contando poi su una rapida riappacificazione, perché è stato solo «un malinteso».
Ma oggi il quadro è profondamente cambiato. Il dinamismo delle medie potenze tradizionalmente di seconda linea, non solo la Turchia, ma anche - ad esempio - l’Iran e l’Arabia Saudita, insieme o in contrapposizione tra loro, stanno aprendo nuovi fronti di conflitto. Che non è più la guerra aperta, ma gli interessi economici nazionali, in un contesto di mercati (delle merci e finanziari) globali, dove tutto dipende da tutto. Si pensi ai danni derivanti dalla chiusura del Canale di Suez seppure per pochi giorni, o alla scarsità di produzione di chip, per non parlare dei vaccini a fronte della pandemia.
Tutto questo nel contesto di una crescente conflittualità tra i paesi leader, come Stati Uniti e Cina, senza dimenticare la Russia di Putin, che vuole riprendersi la posizione di leadership mondiale prima di Cernobyl.
Per l’Italia che fare? 
Le alternative sono le solite due, ovviamente con aperte tutte le posizioni intermedie. La prima è quella di collocarsi in una posizione di traino rispetto ai nostri alleati, privilegiando il rapporto con l’Europa, perché abbiamo poco da offrire agli Stati Uniti, che non sarebbero interessati, soprattutto dopo il loro disimpegno dal Mediterraneo.
Il problema con l’Europa è che la Germania privilegia il rapporto con la Russia per via delle forniture energetiche contro la fornitura di macchinari ad alta tecnologia. Per contro la Francia tende ad esercitare un’egemonia nei nostri riguardi per la concorrenza nel Mediterraneo, e per l’azione di merger&acquisition nei riguardi delle nostre imprese più pregiate. Il vantaggio di una posizione di traino è che oggi non richiederebbe alcun cambiamento per la nostra politica, basta andare avanti così. Il limite evidente è che gli alleati ci aiuterebbero solo nella misura in cui questo andasse a vantaggio dei loro interessi. Nulla aldilà di questo.
Una diplomazia alternativa, di fedeltà alle alleanze ma di robusta autonomia nella tutela dei nostri interessi, richiede di procedere a tutte quelle riforme interne che rafforzano il nostro sistema-paese (e delle quali parliamo da decenni, senza mai realizzarle).
Perché una diplomazia forte richiede come indispensabile premessa uno stato altrettanto solido.