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Libia e Oriente: Di Maio, è il momento delle scelte

di Domenico Cacopardo -

15 aprile 2021, 08:45

Libia e Oriente: Di Maio, è il momento delle scelte

La visita di Luigi Di Maio a Tony Blinken, pur appartenendo alla routine diplomatica, si è svolta in un momento particolare e può assumere una qualche consistenza, con riferimento a due scacchieri: Mediterraneo e Oriente. 

Il ritorno dell’Italia in Libia - un passo doveroso, quello di Mario Draghi che si è recato a Tripoli per incontrare Mohammad Younes Menfi, presidente e, soprattutto, il primo ministro Mohammed Dbeibeh (62 anni) imprenditore (mai come in questo caso si tratta di una qualifica rilevante) di Misurata - è risultato effimero.  

Tutto al meglio per le relazioni future, comprese quelle mirabolanti opere pubbliche promesse da Silvio Berlusconi a Muhammar Gheddafi: peccato che subito dopo il governo libico si sia recato in pompa magna ad Ankara a rendere omaggio al sultano Erdogan e a definire con lui (che ha i propri «boots on the ground» - i suoi soldati sul terreno -) una collaborazione stringente anche per le opere pubbliche che, in definitiva, lascia poco spazio all’imprenditoria italiana e alle sue speranze da un decennio nel cassetto. 

Ora, Erdogan è un problema sotto diversi aspetti. Prima di tutto segue una politica di espansione nazionale e personale che non ha riguardo agli interessi degli alleati storici (Usa e Nato) né di quelli attuali (Russia). Svolge un ruolo al tempo stesso destabilizzante (contribuendo a infiammare settori cruciali) e stabilizzante (inviando proprie truppe a sedare i conflitti e imporre una sua propria pax) in Medio Oriente. 
 

Il mondo occidentale lo ha perso come alleato nel Bosforo e nei Dardanelli che rischiano - se si realizzerà il by-pass progettato dai suoi tecnici - di uscire dal regime di garanzie internazionali che sin qui ha assicurato il libero transito alle navi mercantili e militari. Allo stato, le aree di intervento (e di rifornimento) della Turchia si sono così ampliate ed allungate da far considerare possibile una crisi. Anche perché sul piano economico-finanziario il paese va male e tiene solo in virtù di un’alta inflazione che comporta una costante e competitiva svalutazione della moneta, la lira turca.   In giro ci si chiede, infatti, non «se», ma «quando» il «sistema Erdogan» collasserà. 
È, quindi, vitale per l’Italia ottenere un appoggio e una copertura politica americani per il nostro futuro immediato rispetto al dossier libico e connessi. Tra i connessi ha un ruolo speciale, la questione delle acque territoriali, per le quali un’intesa turco-libica ha stabilito un ampliamento così grave da sottrarre al regime di internazionalità vaste aree mediterranee nelle quali sono stati individuati ingenti giacimenti di petrolio e gas. Un colpo inferto a Malta, a Cipro, alla Grecia e all’Italia che non possono né debbono ignorare l’unilaterale annessione turca. Come ha insegnato il Regno Unito (in particolare Margareth Tatcher con la guerra delle Falkland) le questioni di principio non ammettono transazioni o arretramenti. E questa dell’appropriazione illegale di larghe porzioni di mare (già Gheddafi aveva ampliato le sue acque territoriali, ragione per la quale le attuali autorità libiche sequestrano pescherecci italiani anche a 70 miglia dalla costa) è una delle questioni su cui l’Italia non può transigere insieme a Grecia, Cipro e Malta. 

Quanto all’estremo Oriente, Luigi Di Maio avrà imparato a Washington che Pechino è l’avversario dell’Occidente. E che occorre contrastare in termini tattici e strategici l’ampliamento delle sue sfere di influenza a partire dall’Africa rispetto alla quale la Cina riveste il ruolo di potenza egemone. 

I giri di valzer e gli affari sin qui più immaginati che realizzati tra Roma e Pechino sono agli sgoccioli. Si tratta di una scelta di campo che è di certo alla portata di Di Maio (che ha vari peccati da farsi perdonare proprio sul fronte cinese) e che investe l’Italia nel suo complesso. 

Più che mai oggi, con un premier di solida reputazione internazionale, uno dei leader riconosciuti del mondo occidentale, dobbiamo espungere dalla nostra agenda ogni manovra o giochetto, prendendo l’habitus della Nazione stabile e sicura nelle scelte di politica internazionale e nelle alleanze. 

Il «valore aggiunto Draghi» che ha giovato alla Borsa italiana, conta anche sul mercato mondiale. 

DOMENICO CACOPARDO
www.cacopardo.it 

 
 


 

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