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EDITORIALE

La lezione di Gagarin e le sfide impossibili che dobbiamo vincere

di Augusto Schianchi -

16 aprile 2021, 08:33

La lezione di Gagarin e le sfide  impossibili che dobbiamo vincere

In questi giorni 60 anni fa, ci venne detto che un cittadino dell’allora Unione Sovietica Jurij Gagarin era stato spedito nello spazio, aveva fatto un giro attorno alla Terra, ed era tornato giù. Era stato il primo uomo e novello cosmonauta a volare nello spazio.
Era il cittadino perfetto della grande repubblica socialista: 27 anni, un uomo qualunque, il ragazzo della porta accanto, fisico minuto da fantino, figlio di un falegname e di una contadina, operaio in gioventù, poi entrato in aviazione - l’arma elegante - aveva raggiunto il grado di tenente. Promosso maggiore sul campo prima della partenza, dicono che avesse solo il 50% di probabilità di tornare a casa sano e salvo, ma lui non lo sapeva.
Kruscev, allora capo supremo dell’Unione Sovietica, immediatamente sfruttò il successo dell’impresa, con una perfetta azione di marketing: trasformò Gagarin in un santo laico, eroe simbolo del futuro roseo del socialismo nel mondo, che nel giro di pochi anni avrebbe superato il concorrente-nemico, gli Stati Uniti, questi affondati nel sistema capitalistico.
La storia non finirà bene. Per l’Urss le imprese spaziali si rivelarono economicamente insostenibili; il piano agricolo fallirà, nonostante fosse stato allungato da 5 a 7 anni. E come scriveva allora il corrispondente da Mosca Arrigo Levi, l’Urss porta i suoi uomini nello spazio, ma la gente fa la fila davanti ai negozi per comprarsi da mangiare. Pochi anni dopo, il Comitato centrale sostituirà Kruscev alla segreteria con Breznev, un politico della vecchia guardia, e con l’ingegner Kossighin un tecnocrate con i piedi per terra, alla presidenza del consiglio.
Anche Gagarin, il russo più popolare al mondo, non sarà fortunato; morirà in un incidente aereo, con la solita ombra di mistero sull’accaduto, che non avrebbe mai potuto succedere. Gagarin scrisse anche la sua autobiografia, un omaggio al regime socialista che lo aveva cresciuto, da un titolo infelice. Kruscev gli aveva attribuito una qualità improbabile: “Jurij è stato nello spazio, ha visto tutto e sa tutto”. Il buon Socrate, padre della cultura scientifica occidentale, si sarebbe rivoltato nella tomba.
La sorpresa negli Stati Uniti fu enorme, l’omnisciente CIA non ne sapeva nulla. E la reazione fu immediata. Anzitutto contro il presidente Eisenhower (che aveva guidato lo sbarco alleato in Normandia nella Seconda Guerra Mondiale), colpevole di aver finanziato la costruzione di autostrade (peraltro indispensabili), trascurando la ricerca scientifica. Ma la risposta fu immediata. Il giovane nuovo presidente Kennedy dettò la linea in un famoso discorso alla Rice University, nel Texas. In America i grandi discorsi si tengono nelle università perché lì risiedono le basi per la costruzione del futuro. E’ un discorso storico, andrebbe riportato nei sussidiari delle nostre scuole. Anticipa un nuovo “diritto per lo spazio”, aperto alla ricerca scientifica di chiunque voglia impegnarsi, con l’obiettivo di rafforzare la pace sulla Terra. Soprattutto ha una valenza educativa profonda. “Scegliamo di andare sulla Luna… perché è difficile”. Sono le difficoltà che formano il carattere.
I tempi di oggi, seppure in un contesto completamente diverso, non sono nella sostanza dissimili da allora. Dovremo intraprendere una nuova strada.
Finita questa pandemia, non ritorneremo in automatico al tempo precedente. Il domani sarà molto diverso da ieri. Avremo tanti soldi da spendere, per effetto dell’enorme liquidità emessa dalle banche centrali per compensare (almeno parzialmente) i danni che si sono subiti. Avremo altresì accumulato un altrettanto diffuso bagaglio di innovazioni tecnologiche, pronto per essere metabolizzato dal sistema economico e sociale. Il problema saranno le persone. Oggi non sappiamo esattamente come tenere unire il capitale, le tecnologie ed i lavoratori. Conosciamo l’obiettivo che è quello di aumentare la produttività del sistema per crescere di più, finanziare i nuovi bisogni del welfare e permettere un ordinato rimborso del debito accumulato.
La raccomandazione di Kennedy -impegniamoci a fare cose difficili- mantiene sempre la sua straordinaria attualità. Oggi come allora.