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EDITORIALE

Il lavoro che cambia e le lauree abilitanti

di Aldo Tagliaferro -

27 aprile 2021, 09:31

Il lavoro  che cambia e le lauree abilitanti

Nello sforzo titanico di smentire la nostra storia recente -  fatta di inefficienza, burocrazia e proverbiale complessità - il governo Draghi per rilanciare un Paese in affanno da prima del Covid  sta mettendo mano a riforme epocali, o quanto meno tutti ci auguriamo che lo diventino. E allora  avanti con giustizia, pubblica amministrazione, semplificazione, concorrenza, mobilità, digitale e sostenibilità a infarcire il Pnrr. E - non ultimo - il lavoro.


Per risolvere la questione fondamentale, ovvero la creazione di occupazione  e la necessità di maggiore simmetria tra domanda e offerta, è necessario partire da lontano: dalla formazione. In questo senso l'accento posto sugli Its, gli istituti tecnici superiori, come alternativa credibile ed efficiente alla laurea per occupare le caselle che le aziende faticano a riempire, è un segnale importante nell'era dell'innovazione 4.0 che esige adeguamenti quotidiani e smentisce  l'equazione  digitale=meno posti di lavoro. Pochi giorni fa Assolombarda ha snocciolato un dato significativo: dal 2017 al 2019 si è registrato un aumento dell’occupazione del 7% tra operai specializzati, conduttori di impianti e operai manutentori, dati che trovano peraltro conferme anche nel 2020.

Stupisce invece, nel menu proposto dal Pnrr in questo ambito, che  siano state dedicate appena tre righe al tema delle lauree abilitanti. Sui giornali e in televisione, se è per quello, le righe non sono state molte di più, anzi. In breve: si tratta di far coincidere la laurea con l'esame di Stato, un modo per velocizzare e semplificare l'accesso alle professioni spostando il tirocinio pratico-valutativo all'interno del corso di studi.


L'ipotesi di riforma delle prove di accesso agli Albi professionali tocca un tema molto delicato anche per ciò che comporta a monte. Ora, anche se al momento pare che la questione si limiti alle professioni sanitarie (dai farmacisti ai veterinari), il tema è sul tavolo da tempo perché lo scorso ottobre, ai tempi del governo Conte, l'ex ministro dell'Università Gaetano Manfredi aveva presentato un disegno di legge che è tuttora in discussione. Sebbene il sottosegretario Francesco Paolo Sisto nel weekend abbia precisato  che al momento la questione non riguarda  avvocati, commercialisti, ingegneri e notai («percorsi professionali che, per specificità, sono esclusi da tali eventuali ipotesi»), è evidente che il tema è aperto anche per queste categorie e la platea di lavoratori  interessati è molto ampia, pensiamo a geometri e periti laureati.


Veniamo al punto: l'eliminazione di un esame che - come tutte le prove, a partire dalla Maturità - ha comunque un valore formativo e non si affronta mai a cuor leggero (avete mai frequentato un giovane laureato in giurisprudenza impegnato a preparare l'esame di abilitazione?...), il rischio è di creare un ulteriore divario tra i tanti che rendono poco omogenea l'Italia se non si interviene anche a livello universitario: alle dicotomie Nord-Sud o città-campagna non abbiamo bisogno di aggiungerne altre. Un'ipotetica coincidenza tra laurea e abilitazione pur con tutti i percorsi di tirocinio che saranno individuati potrebbe tradursi in una corsa all'iscrizione in quegli atenei ritenuti "facili" (ci si perdoni la evidente semplificazione) a discapito delle Università più blasonate: a quel punto il filtro di un esame che premi effettivamente i migliori verrebbe a mancare e a rimetterci sarebbero non solo gli atenei ma la professione stessa e in ultima analisi la collettività.