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EDITORIALE

Piano nazionale, il discorso di Draghi segna un'epoca

di Domenico Cacopardo -

28 aprile 2021, 09:00

Piano nazionale, il discorso di Draghi segna un'epoca

Sbaglieremmo tutti a pensare che il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza … sia solo un insieme di progetti tanto necessari quanto ambiziosi…» dice Mario Draghi alla Camera dei deputati. «Vi proporrei di leggerlo anche in un altro modo. Metteteci dentro le vite degli italiani… soprattutto quelle dei giovani, delle donne, dei cittadini che verranno. Le attese di chi più ha sofferto gli effetti devastanti della pandemia. Le aspirazioni delle famiglie preoccupate per l’educazione e il futuro dei propri figli. Le giuste rivendicazioni di chi un lavoro non ce l’ha o lo ha perso. Le preoccupazioni di chi ha dovuto chiudere la propria attività per permettere a noi tutti di frenare il contagio. L’ansia dei territori svantaggiati di affrancarsi da disagi e povertà.

La consapevolezza… che l’ambiente va tutelato e rispettato… nell’insieme dei programmi che oggi presento alla vostra attenzione, c’è anche e soprattutto il destino del Paese. La misura di quello che sarà il suo ruolo nella comunità internazionale. La sua credibilità e reputazione come fondatore dell’Unione europea e protagonista del mondo occidentale… non è dunque… una questione di reddito, lavoro, benessere, ma anche di valori civili… che nessun numero, nessuna tabella  potranno mai rappresentare».

Raramente, nell’aula di Montecitorio e poi in quella di Palazzo Madama, sono risuonate parole così stringate, così efficaci, così toccanti. Il discorso di Mario Draghi rimarrà nella Storia italiana tra i pochi che hanno segnato un’epoca, una decisione, una scelta. E non per l’oratoria che è asciutta, scabra come in passato furono quelle di Giovanni Giolitti, Alcide De Gasperi, di Palmiro Togliatti.
Il premier ha messo di fronte alle loro responsabilità i partiti politici che compongono maggioranza e opposizione. Mai un presidente del consiglio aveva avuto a che fare con un Parlamento così scombinato, così privo di una «Weltanschauung» (visione del mondo) unificante, così digiuno di esperienze politiche, economiche, istituzionali. Con così tanta assenza di leadership.
Tuttavia, questo è il Paese che amo: un Paese fermo da anni nelle sue inestricabili contraddizioni, nella sua scarsa produttività, condizionato dai ceti parassitari annidati nel pubblico impiego (in genere l’Amministrazione non ha sofferto dello smart working, a dimostrazione del fatto che una percentuale importante dei dipendenti pubblici opera a produttività zero o negativa), in organismi dello Stato, in organismi privati, in tutti i luoghi nei quali il «sistema» consente loro di insediarsi, di ambientarsi e di arricchirsi (a spese degli altri cittadini), bloccato dal concorso dei poteri, definizione aulica dietro la quale si nasconde la facoltà di ricatto reciproco. Le norme di partecipazione e di cooperazione orizzontale sono scritte bene, enunciano sani principi ma nascondono, appunto, la distribuzione di diritti di veto e di interdizione nei quali si annida la corruzione.

Ora, questa Italia deve approvare il PNRR e soprattutto iniziare subito a implementarlo: questo significa varare le riforme cui ci siamo impegnati non con l’elettorato ma con coloro che, comprando i titoli dell’Unione, hanno dato fiducia anche a noi. E, in contemporanea, dobbiamo avviare l’attuazione del piano, un lavoro imponente per strutture burocratiche educate a «non fare». Le regioni che hanno meno speso i fondi di investimento europeo sono proprio le regioni che più avevano e hanno bisogno di opere di civiltà. Tutto questo dovrà essere superato. 


ll meccanismo immaginato dal governo avrà due poli di riferimento: il ministero dell’economia (attualmente a direzione tecnica e di altissimo livello) e Palazzo Chigi. Tra di essi opereranno -per ora e finché questo gabinetto continuerà a esistere - alcuni elementi di grande qualità come Roberto Cingolani (ambiente), Vittorio Colao (innovazione), Daniele Franco (economia), Giancarlo Giorgetti (sviluppo), Enrico Giovannini (infrastrutture). 
A essi - e ai parlamentari tutti - è affidato il destino del Paese.