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EDITORIALE

Il futuro: istruzione e talenti per ripartire

di Franco Mosconi (Università di Parma) -

29 aprile 2021, 09:38

Il futuro: istruzione e talenti per ripartire

Sostiene Guido Barilla: «Ogni città deve avere una propria strategia, una propria vocazione, un proprio percorso, una visione strategica futura. Parma non fa eccezione: deve capire quale può essere il suo futuro, per sé stessa, all’interno del proprio territorio, ma anche nei confronti delle altre città».
È questo, a mio modo di vedere le cose, uno dei passaggi più significativi dell’intervista esclusiva che il presidente del Gruppo Barilla ha concesso al direttore di questo giornale, Claudio Rinaldi,  nel giorno del lancio della nuova veste grafica (Gazzetta di Parma, 19 aprile).


Pochi giorni prima, Alessandro Chiesi, presidente dell’associazione «Parma, io ci sto!», illustrava al quotidiano online EmiliaPost, il progetto «#dieci. Disegniamo insieme il futuro di Parma e del territorio»; ossia, «una visione condivisa a 10 anni tra cittadini ed esponenti del mondo accademico, istituzionale, culturale, economico e del non profit per ragionare e definire insieme le azioni fondamentali per la creazione di valore e benessere per tutto il territorio».
Ora, in una fase progettuale che deve farsi intensa e profonda, c’è qualche bella storia che può insegnare qualcosa alla città di Parma? I paragoni con l’estero devono essere presi cum grano salis perché ci sono due errori opposti da evitare: da un lato, una acritica esterofilia e, dall’altro, uno sciatto provincialismo. Se la comune intenzione della città è quella di alzare l’asticella, ebbene, possiamo tentare di attraversare l’Atlantico. Ma, ripeto, dobbiamo farlo con la giusta dose di discernimento.
La domanda, dunque, diviene: perché Boston non ha subito la stessa decadenza di Detroit, come invece alla fine degli anni Settanta del secolo scorso moltissimi negli Stati Uniti si attendevano?


La bella storia è proprio questa: «Reinventing Boston: 1630-2003» è il saggio scritto da un autorevole economista dell’Università di Harvard, Edward L. Glaeser, e volto a gettare luce sui modi con i quali Boston ha saputo «reinventare» sé stessa per ben tre volte.
Nei primi cento anni della sua esistenza la città fu un centro commerciale e un porto di primaria importanza, poi il declino (1750-1800) a vantaggio di New York e Philadelphia. Ma all’inizio del XIX secolo ecco la ripresa - la prima delle tre secondo l’accurata ricostruzione di Glaeser – basata sulla leadership del suo porto nei trasporti marittimi mondiali a vela. L’arrivo delle navi a vapore pose fine a questa supremazia, e occorrerà attendere la fine dell’Ottocento per una seconda svolta, quella verso l’industrializzazione. Dopodiché, dal 1920 un lungo e lento declino fino a tutti gli anni Settanta. Quando le previsioni erano assai negative, ecco materializzarsi per la terza volta – siamo nell’ultimo scorcio del Novecento (1980-2000) – la capacità di Boston di reinventarsi: questa volta è la società dell’informazione e della comunicazione (ICT) a offrirle la chance.


Le tre ripartenze hanno in comune un punto: lo straordinario livello del capitale umano presente a Boston, a cominciare da quello che lì si è formato. Il successo della città – è l’argomentazione – deve tutto al suo essere da sempre «una delle aree metropolitane più istruite del Paese»; una città dove l’istruzione è stata «il motore del successo».
È ragionevole pensare che nessuna città in nessun Continente potrà mai raggiungere le vette toccate a Boston, la città universitaria più importante del mondo. Nondimeno, tornando a noi, è bene tenere conto di un tratto distintivo di Parma e, in generale, delle città disseminate lungo la via Emilia. Qui da noi, negli ultimi due decenni del secolo scorso, la manifattura non s’è perduta, al contrario della Boston degli anni Ottanta. Su questa robusta base manifatturiera parmense (emiliana), che ha una spiccata vocazione all’export, occorre essere in grado di costruire continuamente qualcosa di nuovo, partendo da tre evidenze. Primo, una evoluzione della manifattura c’è già stata in questi anni di Industria 4.0, giacché la celebrata Food Valley è molto di più che un insieme di eccellenti imprese dell’agro-alimentare, e le contaminazioni con altri settori (pensiamo alla meccanica strumentale) sono ampie e sperimentate; al tempo stesso, l’automotive, la farmaceutica e la cosmetica sono specializzazioni che si sono consolidate.

Secondo, crescenti - negli anni della trasformazione digitale - sono le interrelazioni fra la manifattura e i servizi avanzati alle imprese: qui il tratto di strada da compiere è ancora lungo, ma non mancano le possibilità di far crescere esperienze di successo a somiglianza di quanto è già avvenuto nella finanza (Crédit Agricole Italia è oggi il sesto gruppo bancario del Paese). Terzo, la ricerca scientifica di frontiera – per esempio, nel campo medico e nella green economy – gioca un ruolo sempre più vitale nella crescita economica di un territorio, in virtù delle risorse umane e finanziarie che è in grado di attrarre e mobilitare.
Insomma, come argomenta Glaeser, «l’istruzione è il fattore dominante nell’economia odierna». Se è vero a Boston, deve esserlo anche qui da noi, dove il ruolo della nostra Università di Parma si sta rivelando sempre più cruciale, anche in virtù delle connessioni – sia con il mondo produttivo, sia con gli altri Atenei italiani, europei e non solo (fra i quali il Boston College) – che sa generare. 


Senza i giovani talenti non si va da nessuna parte, soprattutto quando l’asticella è stata giustamente collocata in alto: «Guai a noi se ci chiudessimo in forme di provincialismo che ci impediscano di rimanere aperti al mondo», è il richiamo di Alessandro Chiesi. E per Guido Barilla «conta la contemporaneità, più che la storia passata».