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EDITORIALE

Quel Draghi osannato è un uomo solo al comando

30 aprile 2021, 10:45

Quel Draghi osannato è un uomo solo al comando

Il Piano sono io», titolava il «Manifesto», nel riferire il discorso in Parlamento del presidente del Consiglio Mario Draghi. E la citazione dell’aforisma di Luigi XIV, il Re Sole («L’Etat c’èst Moi») è perfetta. Coglie in pieno l’imperativo categorico al quale si è votato questo premier che, già di non molti sorrisi da presidente della Banca Europea, ha incominciato a governare da Palazzo Chigi con quella determinazione quasi feroce, indispensabile per affrontare le tante e difficili sfide che attendono il Paese. Il discorso dei sette gridati «Vogliamo!», delle sei «Missioni» da compiere, è stato una lezione di coraggioso, urgente pragmatismo di intervento immediato, ma sospinto dalla passione civile e morale nonché politica per evitare il tracollo.

Mario Draghi, «civil servant» della Repubblica, gioca una partita epocale, da quasi tutti applaudito, incitato e osannato. Ma in realtà il compassato economista dalle cravatte un poco  eccentriche e l’aria di un professore buono ma severo, affronta l’impresa in solitudine. Nel senso che il sostegno dei partiti sarà pronto a venirne a meno, allorché l’ambizioso piano di Draghi incontrasse difficoltà lungo il cammino. E la crisi sarebbe imputabile a lui solo, colpevole di protagonismo, secondo gli alleati. 

Ein solitudine comunque dovrà rassegnarsi a restare soprattutto in caso di vittoria e di conseguente popolarità: ché a quel punto diventerebbe il nemico mortale per un ceto politico che certi giorni dimostra di ragionare in termini di sondaggi e paventa l’ingresso definitivo in politica di Draghi. Il quale in questi giorni sta ricevendo attestati di stima e fiducia come mai in passato era accaduto a livello europeo. 
Per la Merkel e potenti colleghi, Draghi è l’Italia che finalmente ha deciso di mettere i conti in ordine, si presenta in grande spolvero nell’abito sobrio e autorevole di chi è maestro nella materia di cui si occupa e parla. Quel che è da vedere se e per quanto tempo sarà disposta l’Italia a riconoscersi in Draghi. Passati i giorni degli evviva, della corsa a omaggiare e a locupletare il premier di elogi e applausi, allorché si dovranno affrontare e suddividere equamente i sacrifici, il pericolo, la tentazione di tornare a giocare la piccineria politica dei soli interessi di parte si farà reale. 


E’ un rischio del quale Mari Draghi è ben consapevole, al punto di aver immesso nella presentazione del Piano governativo un paio di avvertimenti espliciti. «Sono certo che riusciremo ad attuare questo Piano» ha scandito il premier: «Sono certo che l’onestà, l’intelligenza, il gusto del futuro prevarranno sulla corruzione, la stupidità e gli interessi costituiti». Applausi scroscianti da ogni dove. Anche da parte di chi in privato, e non son pochi, si dice preoccupato del presupposto legame di Draghi con potentati economici. E che già sta lavorando per affrontare le prossime scadenze elettorali. Amministrative, politiche, e l’elezione del Capo dello Stato. 
Si aggira nel Palazzo lo spettro di un Draghi che prima o poi dovrà schierarsi, passare l’esame di una votazione, e quindi sparigliare le carte al centro del panorama politico. Sarà quello il momento fatale. Ma per adesso sono quasi tutti tutto sorrisi e inchini per il più forte. Noi dalla strada che si può  mai fare, se non augurarci e augurare a Draghi buona fortuna?