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EDITORIALE

Non solo il vino. L'europa vuole darci regole su tutto

di Giulio Sapelli -

11 maggio 2021, 12:47

Non solo il vino.  L'europa vuole darci regole su tutto

Il dibattito internazionale su che cosa regga legittimamente l’Unione europea è di nuovo vivissimo. Viene alla luce la natura delle istituzioni  che regolano  la vita politica ed economica dell’Europa, ossia di tutti gli stati che hanno sottoscritto i trattati internazionali che dell’Ue sono la sostanza storica. Lo stupore tutto innocente e rivelatore che ha colpito molti  osservatori della vita pubblica europea in occasione delle notizie che giungono sul «vino annacquato» (mi sia permessa la brevità e la rozzezza del riferimento alla questione che ora infiamma i cuori e le menti), mi ha  preoccupato. Chi si stupisce non ha bene inteso  che cosa sia concretamente l’Unione europea. L’Unione è ciò che regola:  “regola” con istituzioni e processi che sorgono tanto dalle elezioni dei parlamentari indicati dai diversi partiti nazionali, quanto dalla nomina di funzionari  dotati di poteri tecnici amplissimi. Essi “regolano”  campi sempre più vasti delle sfere della vita privata e pubblica. A cominciare dalle aree classiche del diritto commerciale  sino a quelle delicatissime del diritto pubblico  e della sfera della difesa della persona dal potere intrusivo dello stato, segreto della democrazia e della libertà tanto degli antichi quanto dei moderni. 

Il problema risiede nel fatto che queste regole non sono il frutto di una scelta netta - compiuta nel corso della storia - tra federalismo e confederalismo (per semplificare , scegliendo tra modello Usa  e modello svizzero) nell’organizzazione dello stato e quindi della definizione stessa della sovranità generale, così come ci insegna la tradizione dei classici della filosofia dello stato. Ciò che regola l’Unione Europea è altra cosa. Non è né la teoria federalista né la teoria confederale. È la teoria funzionalista dell'integrazione soprannazionale, di cui nessuno parla mai. Essa ha certo in comune con quella federalista il superamento della sovranità assoluta nazionale, ma  sceglie, per far ciò, la via dello sviluppo graduale della cooperazione internazionale in settori o funzioni limitati,  via via sempre più importanti dell'attività statale, in modo da realizzare uno svuotamento progressivo e quasi indolore delle sovranità nazionali. I principi basilari di questa teoria furono   formulati per la prima volta dall'economista romeno David Mitrany sulla scorta delle esperienze di istituzioni internazionali di carattere “tecnico”, quali l'Unione Telegrafica Internazionale, l'Unione Postale Internazionale, la Croce Rossa Internazionale, le istituzioni relative alla proprietà letteraria e industriale, ecc.
L'integrazione delle attività umane al di là dei confini statali poteva e può, in tal modo, realizzarsi  tramite la creazione di istituzioni di natura tecnica e non politica, dotate di poteri limitati di carattere amministrativo o economico. Tale controllo di specifiche funzioni dell'attività statale ha comportato e comporta  di fatto il trasferimento di una porzione della sovranità a tali istituzioni. Ma l'ampliarsi nel tempo di tali trasferimenti parziali provoca, di fatto, il trasferimento della stessa sede dell'autorità politica e non solo amministrativa.


Se a Mitrany si dovette la prima formulazione teorica del funzionalismo, fu  Jean Monnet, il vero creatore delle istituzioni europee, a porlo in atto, creando via via una schiera di “architetti dell’euro e dell’eurocrazia” che oggi si disvelano al grande pubblico con la questione dell’acqua nel vino. Una rivelazione per molti! E non si tratta delle nozze di Cana! (a contrario!). 


Mentre leggevo delle vicende delle “minacce enologiche” su cui discetteranno esperti ben più capaci  di me, ripensavo a un testo  letto di recente. Il testo di Anu Bradford, (studiosa finlandese che insegna negli Usa) The Brussels Effect: The Rise of a Regulatory Superstate in Europe, in cui si sostiene che l’Europa, (io direi l’Ue), acquista un potere sempre più determinante per le sorti dell’universo mondo grazie al “potere regolativo” tanto del commercio globale, quanto degli standard “etici” via via imposti  al resto del mondo. Non a caso ella definisce queste regole: «Constrains», ossia «Vincoli»… e io aggiungo: «ordinamenti del potere di fatto» e non «ordinamenti giuridici».


Sembra un dibattito sul sesso degli angeli (dibattito del resto assai interessante, ma teologico e non giuridico), ma non lo è. È un dibattito che nasconde una questione di fondo: è possibile regolare dall’alto una congerie di processi così ampi come quelle della vita di società sempre più complesse come quelle di oggi? A me pare di no e che il crollo dell’Urss debba insegnarci qualcosa, così come debba insegnarci molto l’esperienza delle società del dispotismo asiatico. Certo lontanissime dalla nostra tradizione democratica occidentale, ma che affascinano così tanto ogni sorta di “regolatori”. Non vorrei che si cominciasse col mettere acqua nel vino  senza che vi sia una legge e non un provvedimento “regolativo”… e poi si giungesse a “regolare” anche ben altri aspetti della nostra intima vita spirituale. Ma come affermano taluni  amici assai più colti di me, questo pare sia di già avvenuto… mentre bevevamo il vino della conoscenza di già molto annacquato.