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EDITORIALE

Politica: i partiti alla prova delle elezioni nelle città

di Luca Tentoni -

23 maggio 2021, 09:25

Politica: i partiti alla prova delle elezioni nelle città

Mentre il governo lavora, i partiti della maggioranza «necessitata» continuano a duellare, soprattutto il Pd di Letta e la Lega di Salvini. È comprensibile assistere ad una gara di promesse, di marketing elettorale che però non coinvolge solo questi due soggetti politici ma ne chiama in causa, indirettamente, altri due: il M5s e FdI.
 I Cinquestelle, dopo essere riusciti a costringere il Pd a non far presentare Zingaretti alle comunali di Roma per poi confermare il sostegno all'uscente Raggi, sono - fra le dispute per riavere i nomi degli iscritti e una leadership di Conte che non decolla - «in cerca d'autore».
 Fratelli d'Italia, invece, è in perenne lotta col Carroccio, perché Salvini ha da tempo capito che Giorgia  Meloni può sorpassarlo nei sondaggi. 
Di qui le schermaglie sul Copasir e il frenetico inseguimento del leader leghista alle posizioni del maggior partito d'opposizione, pur di non farsi sottrarre consensi di destra preziosi per stabilire chi otterrà la candidatura a Palazzo Chigi per la prossima legislatura. Se quello del Quirinale è un terreno di scontro minore, il vero banco di prova è oggi quello delle comunali di autunno. 
I due schieramenti (quello di centrodestra, formalmente compatto ma in realtà diviso e rissoso; l'ipotetica coalizione giallorosa, nella quale il Pd costruisce e il M5s non sa cosa fare e se sposare la "svolta a sinistra" e l'alleanza organica che a svariati pentastellati non piacciono) non hanno ancora deciso tutte le candidature per Roma, Napoli, Milano, Torino, Bologna. Di certi ci sono soltanto Raggi (M5s, Roma), Sala (Verdi-Pd, Milano) ma il resto è avvolto nella nebbia (a Bologna il Pd si affida alle primarie, come a Roma, dove però il candidato strafavorito c'è, ed è Gentiloni); nel centrodestra Bertolaso e Albertini hanno declinato decine di gentili e pressanti inviti per Roma e Milano, gettando i leader in una certa difficoltà. Se a Roma la partita è aperta (anzi, alcuni danno leggermente favorita la destra) è opportuno che i tre partiti dell'ex Cdl trovino un nome da opporre a Raggi, Calenda e Gentiloni, mentre a Milano il centrosinistra parte avanti e a Bologna la "cittadella rossa" potrebbe, sia pure vacillando, resistere anche stavolta (quindi è poco utile cercare candidati moderati di grande prestigio da opporre a chi vincerà le primarie di centrosinistra). I nomi che si fanno per le città maggiori, tranne Gualtieri e Fico (che molto probabilmente a Napoli non correrà, perché forse c'è un altro candidato che può andar bene a M5s e Pd), sono tutti di personalità di seconda o terza fila (sul piano nazionale). Non potrebbe essere altrimenti: se un tempo, alla fine degli anni Novanta, il "partito dei sindaci" era il traino del centrosinistra ulivista e aveva un suo peso (mai eccessivo, tuttavia) persino nel centrodestra, oggi non si trovano personalità disposte a spendersi per governare le metropoli del Paese. Non è difficile dar ragione a quanti declinano l'invito alla candidatura: ci sono situazioni, come Napoli, nelle quali - com'è stato detto da uno dei possibili "papabili" - si rischia il dissesto finanziario e il commissariamento (perciò un sindaco non serve) e altre (Roma, per esempio) devastate da tredici anni di amministrazioni di diverso colore politico a dir poco insoddisfacenti (la Capitale è irriconoscibile se confrontata ai tempi di Rutelli e Veltroni). Vale la pena di rischiare una carriera politica o di abbandonare per qualche anno la propria occupazione lavorativa nella "società civile" per mettersi la fascia di sindaco e farsi crollare addosso decine di problemi, alcuni dei quali cronici? Detto questo, si potrebbe pensare che la soluzione migliore, per i partiti, sarebbe disinteressarsi delle competizioni amministrative, scegliendo alcuni candidati dignitosi ma non dando alcuna caratterizzazione politica nazionale alla gara di ottobre. Sbagliato: tutti vogliono pesarsi e far valere la propria egemonia - sia nell'ambito del "polo" d'appartenenza, sia nei confronti degli altri partiti di maggioranza e d'opposizione - quindi sono costretti a dare alle elezioni amministrative (soprattutto a quella di Roma) una valenza politica abnorme, trasformandole in un "giorno del giudizio" che potrebbe avere ripercussioni persino sulla scelta del nuovo Capo dello Stato e su eventuali elezioni anticipate (da tenersi nella primavera del '22). L'unico dato certo, ormai, è che se una volta i sindaci e le città erano i fiori all'occhiello dei partiti e dei poli, oggi sono solo zavorre mal sopportate.