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EDITORIALE

Privatizzazioni: quel monito ancora attuale di Mario Draghi

di Aldo Tagliaferro -

04 giugno 2021, 10:33

Privatizzazioni: quel monito ancora attuale di Mario Draghi

Il 2 giugno abbiamo appena celebrato i 75 anni dalla nascita della Repubblica. Esattamente 46 anni dopo quel 1946 – correva l’anno 1992 – c’è stato un altro “2 giugno” che carsicamente riaffiora nel dibattito pubblico, per lo più nel filone sempreverde del complottismo.


Cosa accadde, dunque, il 2 giugno 1992? L’allora direttore generale del Tesoro Mario Draghi partecipò sul panfilo Britannia al largo di Civitavecchia a un incontro con i “British Invisibles” (un comitato nato dalla Banca Centrale del Regno Unito) per illustrare a chi aveva capitali da spendere l’imminente piano di privatizzazioni italiane. Bollato a più riprese come l’accordo con cui il Tesoro (supportato dai famigerati “poteri occulti”) stava per svendere l’Italia alla finanza internazionale, a 29 anni di distanza da quel 2 giugno possiamo tentare un paio di considerazioni ancora attuali.


Va prima però inquadrato il momento storico: nel decennio precedente, il massiccio processo di privatizzazioni condotto da Margaret Thatcher nel Regno Unito era stato un successo, una sorta di faro del neo-liberismo imperante all’epoca. L’Europa stava costruendo il proprio futuro (la firma del Trattato di Maastricht era stata apposta in febbraio). Quanto all’Italia era una realtà molto diversa da oggi: Si svalutava allegramente la lira quando le cose andavano male, i carrozzoni pubblici scricchiolavano di inefficienza, in politica si era ancora in piena Prima Repubblica, Mani Pulite aveva sì mosso i primi passi ma il terremoto era di là da venire; la strage di Capaci, poi, era una ferita che sanguinava di fresco. Un altro mondo.


Tuttavia le parole di Mario Draghi - rese poi pubbliche qualche anno fa -  suonano straordinariamente attuali. Sentite: «La privatizzazione non può essere vista come sostituto del consolidamento fiscale, esattamente come una vendita di asset per un’impresa privata non può essere vista come un modo per ridurre le perdite annuali. Gli incassi delle privatizzazioni dovrebbero andare alla riduzione del debito, non alla riduzione del deficit. Quando un governo vende un asset profittevole, perde tutti i dividendi futuri, ma può ridurre il suo debito complessivo e  il servizio del debito. Quindi la privatizzazione non può essere presentata come una riduzione del deficit, solo come il suo finanziamento». Draghi, nella visione di uno Stato efficiente come un’azienda,  aveva ben chiaro che privatizzare non poteva essere solo un modo rapido per fare cassa ma  comprendeva con lucidità da un lato l’esigenza di affiancare il piano di privatizzazioni a quello delle riforme  e dall’altro l’importanza che queste operazioni avevano come test di credibilità agli occhi dei mercati. «I benefici indiretti delle privatizzazioni - aggiungeva - in termini di accresciuta credibilità delle nostre politiche, sono così significativi da giocare un ruolo fondamentale nel ridurre in modo considerevole il costo dell’aggiustamento fiscale». 


E’ un discorso che a quasi trent’anni di distanza resta valido, semmai si può eccepire su quanto non è stato poi realmente portato a termine, perché se il programma di privatizzazioni che dal 1994 al 2010  portò nelle casse statali quasi 100 miliardi di euro (Ina, Seat, Ente Tabacchi...), sul fronte delle riforme, delle politiche fiscali e dell’efficienza del sistema siamo invece rimasti più indietro.

Risuonano ancora forti le parole della Corte dei Conti che nel 2010 non fu tenera sulle procedure di privatizzazione («elevato livello dei costi sostenuti, incerto monitoraggio, scarsa trasparenza connaturata ad alcune delle procedure utilizzate») e sottolineava come il recupero di redditività da parte delle aziende passate sotto il controllo privato fosse dovuto più all’abnorme incremento delle tariffe che alla ricerca di maggiore efficienza.


Le parole di Draghi pronunciate quel lontano 2 giugno restano dunque attuali oggi che il ruolo dello Stato sta tornando prepotentemente alla ribalta. Non tanto per le diverse partecipazioni di peso ancora in essere, dalle quote di controllo di Enel ed Eni (che erano state privatizzate solo in parte) alle Ferrovie, senza dimenticare STMicroelectronics, Leonardo, PosteItaliane e pure Banca Monte Paschi. Ma perché alle crisi globali, quella finanziaria  innescata dalla crisi dei mutui subprime nel 2008 e quella più recente figlia  della pandemia, si sono aggiunti fattori esogeni come le crisi bancarie (vedi Mps) e l’onda lunga delle vicende di cronaca (Autostrade) a riportare sotto i riflettori il ruolo dello Stato nell’economia, tema caldissimo proprio in queste ore al Festival dell’Economia di Trento. Lo scenario, insomma, è radicalmente mutato rispetto all’inizio degli anni ‘90 al punto che oggi assistiamo al ritorno proprio di Autostrade in mano pubblica, attraverso l’onnipresente Cdp. Un discorso simile, sempre attraverso Cassa Depositi e Prestiti, riguarda l’ennesimo salvataggio di Alitalia, il cui dissesto forse rappresenta l’unica costante rispetto a trent’anni fa. C’è poco da stare allegri.