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EDITORIALE

Saman e l'ombra di Agamennone in margine alla tragedia

di Stefano Mazzacurati  -

05 giugno 2021, 11:38

Saman e l'ombra di Agamennone in margine alla tragedia

La vicenda della povera Saman, simbolo di mille altre, non pone dubbi. Orrendo atto criminale da punire con massima severità; senza attenuanti religiose o culturali. Va bruciata la sua radice col lanciafiamme della psicologia del diritto, che è anche diritto alla conoscenza. Ma occorre rifuggire da considerazioni faziose e anticulturali, come lo sciacallaggio politico da ogni parte. Saper comunicare esige porsi il punto di vista altrui. Per comprendere uno psicopatico, uno stalker, un criminale di guerra, un serial killer, occorre provare a sentire come lui; pensare come lui. Lo sanno i profiler di polizie e servizi segreti; psichiatri e psicoterapeuti. I parenti di Saman sono tra chi dice: «Per me sei così sacra che non voglio che tu sia profanata dagli altri né che profani le tradizioni» anteponendo uno sciagurato credo sia alle ragioni del cuore che del diritto. 
 

Pensieri e azioni che sopravvivono in vaste aree di culture arretrate. Non vanno confusi con tutti i membri di civiltà cui gli assassini appartengono. 
Sarebbe un paragone tanto pregiudiziale quanto il fanatismo che le genera. Tra numerosissimi esempi è la pratica sati, usanza indù di bruciare la vedova sulla pira del marito; tal volta accade, ma è fuori legge in India, culla di quelle culture. Laddove si sacrifica un amore umano al sacro, si ripresenta un conflitto, politico e psichico, tra leggi del rito e leggi del cuore. Su di esso, simbolicamente, si stende l’ombra di Agamennone, il capo argivo che sacrificò la figlia Ifigenia per ridare vento alla flotta per Troia. 
Di quelle terribili tradizioni considerate normali e dovute, sopravvivono residuati culturali e comportamenti nel tempo storico e nello spazio geografico. Nel corso del tempo nessuno è stato esente. 
Si dirà, Agamennone era un greco, un occidentale: qui poco importa. Quel mito discende da riti ubiquitari che, col sacrificio di donne, vecchi e bambini, esprimevano devozione primitiva al divino. Il riso sardonico viene dal sacrificio dei vecchi che si compieva ridendo nella Sardegna arcaica.
 Abbiamo radici greche, giudaiche, cristiane.  Nella pur civile classica Atene, la donna era moglie segregata in casa, o concubina privata, o etèra, unica femmina ammessa in pubblico perché prostituta. 


Nella Bibbia si legge: «Se il padre di lei rifiuta assolutamente di dargliela, il seduttore pagherà una somma pari alla dote che si è soliti dare per le fanciulle. E Non lascerai vivere la strega». A questo principio si ispirava il Malleus Maleficarum, poderoso manuale di successo che indagava, torturava, bruciava povere donne nell’Europa della Riforma e Controriforma. Non si trattava, né allora nè ora, di follia collettiva ma di fanatismo, abito psichico che muta ospite nella Storia.
 L’idea di donna oggetto di contratto si è protratto fino ai giorni nostri. Lo prova l’arduo itinerario che nella legge italiana sta compiendo la parità di genere dal diritto di voto (1946) alla abolizioni dello jus corrigendi (1957) per cui il marito poteva colpire la moglie allo scopo di “correggerla”; del delitto passionale, d’onore, del matrimonio riparatore, un tempo attenuanti. 


La società patriarcale da sempre ha considerato le donne proprietà di padri e mariti, strutturando nei secoli un concetto di personalità femminile lontanissimo dal diritto completo e ancora vicinissimo agli stili delle caverne. Anche la clinica, e la psichiatria in particolare, hanno subito questa deformazione culturale, distinguendo categorie inesistenti come l’isteria, attribuita erroneamente al sesso femminile. Sbagliava Freud considerando la nevrosi isterica come patologia femminile, contrariamente a quanto si conosce oggi dei residui di quelle sintomatologie. Pretesa debolezza femminile, preteso onore maschile hanno costituito alibi psichici di contratti fondati sul sopruso, di delitti efferati e di pratiche abominevoli spacciate per religiose o morali. 
Bene ha fatto, a proposito di Saman, l’Unione delle Comunità Islamiche d'Italia a denunciare il reato e condannare «i matrimoni combinati forzati e l'altrettanto tribale usanza dell'infibulazione femminile». Prassi di violenza e abuso, che nulla spartisce col sacro.
 Sarebbe errore tragico pensare esistano culture immuni da rischi. Lo provano tante cronache di abusi, stupri, omicidi compiuti da persone di ogni etnia e censo verso donne, compagne, colleghe dello stesso paese. 


La psicopatologia degli stalker parla chiaro. Nella classificazione di tali personaggi la clinica dimostra che il più pericoloso non è il malato mentale, ma l’ex, spesso acculturato, benestante, intelligente, che manipola, perseguita e può uccidere. Il predatore vede come femmina la sua vittima, anziché come donna. 
Si chieda la sostituzione dell’orrendo termine femminicidio (il carnefice vede la femmina in una donna) con omicidio di donna, che restituisce la pienezza della dignità offesa. Gravi errori dei media, del vocabolario social che insegue neologismi deformanti. 
Chi uccide una donna è come dicesse: «Se non posso più avere l’oggetto amato, non lo dovranno avere altri». Nel singolo è psicopatia narcisistica grave. Ma su vasta scala non esiste follia collettiva; senza attenuanti esiste il fanatismo, deformazione esasperata del sentimento religioso, che distrugge immagini, monumenti, persone accusate di tradire idee rigide di cui non si è capaci di tollerare la diversità. Le donne vanno amate col rispetto, senza il quale l’amore è escluso. 
Stefano Mazzacurati  - Psichiatra e psicoterapeuta