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EDITORIALE

Il ritorno degli Usa

di Paolo Ferrandi -

15 giugno 2021, 08:33

Il ritorno degli Usa

Se dovessimo sintetizzare lo scopo del primo viaggio all’estero del presidente Usa Joe Biden potremmo usare la frase «America is back», cioè gli Stati Uniti sono tornati in campo come superpotenza globale e come catalizzatore dell’alleanza che tiene insieme i Paesi occidentali. D’altronde lo stesso Biden su questo è stato esplicito ancora prima della partenza per il G7 in Cornovaglia: «Mostrare chiaramente a Vladimir Putin e alla Cina che gli Stati Uniti e l’Europa sono uniti». E che la leadership, chiaramente, resta a Washington.  
Biden, insomma, sta cercando di ricucire quella trama di rapporti che – coltivati anche da presidenti non certo teneri verso la diplomazia europea come George W. Bush – si erano lacerati sotto la leadership di Donald Trump che è sempre stato pochissimo interessato a tessere alleanze e ha sempre disdegnato la diplomazia preferendo atti unilaterali ad effetto, ma di scarsa profondità  a livello strategico e geopolitico. A distanza di pochi mesi, infatti, dell’azione di Trump in politica estera restano solo molte macerie  e poca sostanza anche dove gli sviluppi potrebbero essere promettenti, come in Medio Oriente con la cosiddetta «Pace di Abramo» che, al di là dei proclami,  stenta a concretizzarsi e ha portato a una forte  destabilizzazione – usando un eufemismo –  nel sistema di potere di un alleato chiave degli Stati Uniti come la Giordania.
La ricostruzione delle alleanze  è avvenuta durante il G7 sotto la presidenza inglese in Cornovaglia e ieri durante il vertice della Nato – un’altra organizzazione che Trump voleva smantellare – e con l’incontro con i vertici dell’Unione europea che  oggi sminerà il terreno accidentato dei rapporti commerciali che il precedente presidente Usa aveva portato ai minimi termini. Il tutto con  in testa i valori democratici condivisi dall’Occidente e contrapposti a Russia e Cina. Domani, tra l’altro, a Ginevra Biden avrà il primo incontro con Vladimir Putin che continua a affermare a gran voce quanto manchi a Mosca la presidenza Trump.
Intendiamoci, le divergenze tra Paesi europei – con varie sfumature di giudizio – e gli Stati Uniti restano. E anche i documenti ufficiali ne prendono atto. Come è accaduto sulla Cina dove Biden avrebbe voluto parole più dure nei confronti di Pechino e gli europei – la Germania, ma anche l’Italia con toni più sommessi – sono stati attenti a fare in modo che la contrapposizione non trascendesse i limiti del garbo diplomatico e si trasformasse nell’ennesimo «scontro di civiltà». Lo stesso vale per le tensioni che covano sotto la cenere tra i Paesi alleati con la Brexit che continua ad avvelenare i rapporti tra Gran Bretagna e Unione Europea. Però la missione di Biden finora è stata in gran parte un successo, visto che ha recuperato l’appoggio dei principali partner degli Stati Uniti e che ha riaffermato la leadership a stelle e strisce in campo occidentale con progetti che – un’altra enorme differenza con Trump – si aprono alla collaborazione internazionale e che sono classicamente espressione di «soft power» piuttosto che di «hard power»: si parla di impegno comune per battere la pandemia donando vaccini – ma non indebolendo la proprietà intellettuale con la sospensione dei brevetti – e di un piano infrastrutturale – chiamato «Build Back a Better World (B3W)»  –  per i Paesi con carenze infrastrutturali  che dovrebbe contrapporsi alla «Belt and Road Initiative», cioè la nuova Via della Seta,  di impronta cinese.  Su quest’ultima il governo italiano, tornato con Mario Draghi assolutamente allineato all’atlantismo, dovrebbe operare vera e propria revisione dopo che, unica tra le grandi potenze occidentali, l’Italia decise di firmare l’intesa con Pechino.

Tutto bene, quindi. Non proprio. Il fatto è che nei quattro anni della presidenza Trump – tra caos e iniziative velleitarie  - si è perso un sacco di tempo, mentre la Cina non ha dormito. Come dimostra la Nuova Via della Seta e l’enorme sforzo di «diplomazia vaccinale» di questi ultimi mesi.
 Paolo Ferrandi