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EDITORIALE

Investimenti e riforme a braccetto nel Pnrr

di Franco Mosconi -

27 giugno 2021, 09:29

Investimenti e riforme a braccetto nel Pnrr

Il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) dell’Italia, che la Commissione europea ha approvato nei giorni scorsi a pieni voti, si apre con una Premessa firmata in prima persona dal presidente del Consiglio, Mario Draghi. Egli scrive: «La crisi si è abbattuta su un Paese già fragile dal punto di vista economico, sociale ed ambientale. Tra il 1999 e il 2019, il Pil in Italia è cresciuto in totale del 7,9 per cento. Nello stesso periodo in Germania, Francia e Spagna, l’aumento è stato rispettivamente del 30,2, del 32,4 e del 43,6 per cento«.
Altri fondamentali dati sulla produttività, sui Neet (ragazzi fra i 15 e i 29 anni non impegnati nello studio, nel lavoro o nella formazione), sul lavoro femminile, sul degrado ambientale, sulla familiarità con le tecnologie digitali – dati sempre esposti in Premessa - confermano il divario fra l’Italia e gli altri grandi Paesi fondatori dell’Europa unita: «Questi ritardi – scrive ancora Draghi – sono in parte legati al calo degli investimenti pubblici e privati, che ha rallentato i necessari processi di modernizzazione della pubblica amministrazione, delle infrastrutture e delle filiere produttive».Da qui, il binomio inscindibile costituito da “riforme” e “investimenti” che caratterizza il PNRR visto nella sua interezza.

L’Italia è dunque un Paese che in questo XXI secolo si trova a dover fare i conti sia con le conseguenze medico-sanitarie ed economico-sociali della pandemia, sia con debolezze che vengono da lontano. Oggigiorno, le sue classi dirigenti non possono sprecare quella che, per giudizio condiviso, è un’opportunità storica per cambiare in profondità il Paese.
Come ho cercato di argomentare in un saggio scritto per “Aggiornamenti Sociali” (N. 6-7/2021), l’Italia ha, e non da oggi, un problema dal lato dell’efficienza e, al tempo stesso, dal lato dell’equità. In altri termini, è un Paese che cresce poco e, contemporaneamente, è un Paese sempre più diseguale, che mal distribuisce quel poco di crescita che c’è. Efficienza ed equità sono le due facce di una stessa medaglia: sono le due forze che plasmano le nostre democrazie liberali dell’Occidente. E’ un imperativo categorico condurre in porto entro il 2026 le riforme e gli investimenti previsti dal Pnrr per consegnare davvero alla «Prossima generazione» un Paese più efficiente e più giusto.
Fra le sei “missioni” in cui si articola il nostro Piano, è indubbiamente la numero 4 quella che si trova al crocevia fra le ragioni dell’efficienza e le ragioni dell’equità: “Istruzione e ricerca”, missione che – citiamo – «mira a rafforzare le condizioni per lo sviluppo di una economia ad alta intensità di conoscenza, di competitività e di resilienza, partendo dal riconoscimento delle criticità del nostro sistema di istruzione, formazione e ricerca». 
La prima delle due componenti – «Potenziamento dell’offerta dei servizi di istruzione: dagli asilo nido all’Università» – affronta con una visione d’insieme il tema della formazione dei giovani lungo tutto il loro potenziale percorso di studi.
Gli oltre 20 miliardi di euro previsti finanzieranno, fra le altre cose, un piano per gli asili nido (228.000 posti in più); l’estensione del tempo pieno e delle mense scolastiche; il potenziamento delle infrastrutture per lo sport a scuola. E ancora: la riforma degli Istituti tecnici e professionali; la riforma del sistema di formazione professionale terziaria (gli ITS paralleli all’università, proposti dal Governo seguendo il “modello Emilia-Romagna”); la riforma del sistema di orientamento. Per l’università, si finanzierà l’aumento, per arrivare a circa 4.000 euro per studente, delle borse per il diritto allo studio a favore degli studenti “meritevoli e bisognosi”, ampliando la platea dei beneficiari.
La missione numero 4 ha poi una seconda fondamentale componente: “Dalla ricerca all’impresa”, con una dotazione di circa 13 miliardi di euro. Continuando a utilizzare la nostra bussola (efficienza ed equità), possiamo ricondurla al lato dell’efficienza. E così facendo possiamo idealmente sommarla a “Digitalizzazione, innovazione e competitività del sistema produttivo” (30,57 miliardi di euro), che rappresenta la seconda componente dalla missione numero 1. Ci troviamo così di fronte a una combinazione che vale nel complesso oltre 40 miliardi di euro, e che è di vitale importanza per favorire la transizione – ecologica e digitale - di un Paese che ha saputo conservare una robusta base manifatturiera, la seconda per importanza in Europa. 
Ricapitolando. Dare più chance a tutti i giovani, grazie a un sistema dell’istruzione riformato dall’inizio alla fine degli studi, è la prima cosa da fare per ricostituire un minimo di equità, di giustizia sociale. Investire di più in ricerca di base, ricerca applicata e trasferimento tecnologico è cruciale per un Paese che sconta, rispetto agli altri grandi fondatori dell’Ue, un ritardo sia negli investimenti in conoscenza (R&S e capitale umano), sia nelle dimensioni medie delle imprese (il nanismo).
Come ebbe a dire l’allora Governatore della Banca d’Italia, Carlo Azeglio Ciampi, in una delle sue celebri Considerazioni finali, “il tempo s’è fatto breve”. Era vero allora, è vero a maggior ragione oggi.