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EDITORIALE

Il cambiamento climatico? E' già qui. Al piano Ue serve una visione olistica

di Aldo Tagliaferro -

16 luglio 2021, 08:33

Il cambiamento climatico? E' già qui.  Al piano Ue serve una visione olistica

Il cambiamento climatico? E' già qui. Quello che è accaduto ieri in Renania e Vestfalia, due delle aree più avanzate dell'economia continentale, nel cuore dello Stato più efficiente d'Europa, è lì a ricordarci che i target fissati al 2030 o al 2050 sono già maledettamente in ritardo. Oltre 50 morti per il maltempo nell'area con il maggior potere d'acquisto dell'Unione Europea disegnano uno scenario drammaticamente inedito. Ma proprio questo scenario dovrebbe  ricordarci che la prima causa della degenerazione del clima sono stati proprio i governi che a lungo hanno spinto in determinate direzioni e ora sembrano dare la colpa di tutto a chi produce e a chi consuma. Eppure, solo per fare un esempio, le accise meno stringenti sul vituperato diesel rispetto alla benzina non le hanno mica inventate i produttori di auto o i distributori... Comunque: la situazione è seria e mercoledì la Commissione europea ha annunciato un piano ambizioso (troppo?) per abbattere le emissioni nell'Ue del 55% - rispetto al 1990 - entro il 2030. Il punto non è se essere d'accordo o meno (è evidente che la strada da intraprendere è corretta, diciamo pure obbligata), quanto mettere in chiaro che il percorso sarà accidentato e richiederà da un lato un'attenta considerazione.

Degli interventi apparentemente «irrinunciabili» e dall'altro la consapevolezza per i cittadini che molte cose non saranno più come prima. Senza dimenticare  - come ci ha ricordato pochi giorni fa il ministro della transizione ecologica Roberto Cingolani -  che il cammino verso la sostenibilità non può fare rima con decrescita felice.
E già che siamo nel campo delle citazioni, segnatevi anche che il presidente della Commissione Ambiente del Parlamento europeo Pascal Canfin ha messo in guardia su un aspetto delicato: un conto è cambiare abitudini e investimenti di un'azienda, un altro quelli di una famiglia (che non può certo - per usare i suoi esempi - «licenziare» un figlio o «cambiare impianto di riscaldamento mentre si è inquilini»).
Proviamo allora a lanciare  qualche avviso ai naviganti, che poi saremmo tutti noi, sul piano europeo per la neutralità climatica. Partiamo dalla mobilità sostenibile, al centro del programma delineato da Ursula Von der Leyen: lo stop della vendita di auto diesel e benzina nel 2035 (per una volta sorvoliamo sull'efficienza dei motori endotermici e sulle vibrate rimostranze delle Case costruttrici) avrà un paio di conseguenze sociali: una potrebbe essere l'«effetto Cuba», ovvero la circolazione di vecchie «carcasse» come quelle pre-rivoluzione che sfrecciano all'Avana, perché non tutti potranno permettersi l'auto con la spina; e la maggiore tassazione promessa sui «vecchi» carburanti non farà che allargare ulteriormente la forbice sociale. Un altro effetto sarà la proliferazione delle colonnine di ricarica (ma è bene sbrigarsi perché in Italia siamo indietrissimo):  dovranno essere molto più numerose e impattanti delle attuali stazioni di servizio sia per i tempi più lunghi di ricarica sia perché - soprattutto nelle aree urbane destinate a raddoppiare la popolazione da qui al 2050 - il garage con wallbox sarà un lusso. C’è poi la questione dei metalli rari per le batterie: sono pochi, sono per lo più in mano ai cinesi e vanno smaltiti. A oggi non vengono riciclati perché l’operazione è troppo costosa... 
Un altro problema, non percepito dal consumatore finale, ma di importanza strategica, sarà l'adeguamento della rete elettrica nazionale non solo alla enorme domanda di energia, ma anche agli "sbalzi" provocati dallìutilizzo massiccio  fonti rinnovabili, ben più difficili da gestire. Saranno necessari investimenti enormi per gli adeguamenti della rete e sarà da affrontare anche il tema dell'impatto delle rinnovabili in termini di paesaggio e di uso eventuale di terreni agricoli.
Passiamo ai dazi che di fatto l'Ue propone di imporre su cemento, ferro, acciaio, alluminio, fertilizzanti ed elettricità importati da quei Paesi poco sensibili alle tematiche green: indeboliranno notevolmente i Paesi che più dipenderanno dalle forniture cinesi. In pratica chi oggi ha una bilancia energetica in forte deficit ed è carente di materie prime rischia di peggiorare la propria posizione. Sarà un tema delicato in sede di Wto.
Altro effetto del piano europeo dovrebbe essere l'aumento delle linee ferroviarie. Pochi giorni fa un paper dell'Istituto Bruno Leoni e di Bridges Research ha confrontato le spese pubbliche nell'Ue sul trasporto ferroviario (più di mille miliardi in 15 anni) notando un sostanziale fallimento dello spostamento del traffico dalla gomma al ferro rispetto agli obiettivi e sottolineando soprattutto che il risparmio di una tonnellata di Co2 grazie alle ferrovie si confronta con risparmi che vanno invece da 16 a 150 tonnellate in altri settori dell'economia. Questo non cancella affatto i benefici del trasporto ferroviario ma è l'ennesima dimostrazione che senza un approccio olistico al tema ambientale difficilmente si avranno risposte davvero efficienti. Ed è bene che l'Europa ascolti la voce delle filiere (dai motori alla farmaceutica, dall'alimentare alla plastica) che da anni - essenzialmente in proprio - affrontano i costi di  ricerca e sviluppo che si traducono poi anche in innovazioni produttive nel nome della sostenibilità.