Sei in Editoriale

EDITORIALE

Le pagine oscure del G8 di Genova

21 luglio 2021, 08:34

Le pagine oscure del G8  di Genova

In questi giorni cade il ventennale dei «fatti» di Genova (il G8 - Italia, Stati uniti, Canada, Regno unito, Francia, Germania, Giappone, Russia - convocato e celebrato nella città nei giorni 19-22 luglio). Esso è stata l’occasione per una conformistica e generalizzata evocazione, del tutto decontestualizzata e completamente dalla parte dei dimostranti. Si è scritto, addirittura, che a Genova si lottava per tutto ciò che oggi è attuale, dal clima alla decarbonizzazione, insomma la drammatica situazione ambientale del pianeta.
Riprendiamo, ora, il filo dei fatti, come accaduti. Nel corso del G8 del ’99, su proposta italiana, si decise di tenere la riunione del 2001 proprio a Genova. Le elezioni di quell’anno videro la vittoria del centro-destra e la costituzione - il 10 giugno - del governo Berlusconi 2. L’organizzazione dell’evento era avanzata e contemplava le misure necessarie a garantirne lo svolgimento: una zona rossa impenetrabile; ripartizione della città in vari comparti, nei quali il diritto di manifestazione poteva essere liberamente esercitato, o esercitato in forma limitata (in prossimità della zona rossa).

Convennero a Genova associazioni antagoniste di ogni genere e organizzazioni studentesche, messe insieme da slogan antiglobalizzazione e anti-berlusconiani. Da tutta Europa e in assenza di presidi di polizia italiana alle frontiere o nelle autostrade, giunsero in città gruppi estremisti e, tra essi, una nutrita rappresentanza di «Black-bloc», una frazione anarchica particolarmente violenta.
La manifestazione, perciò, si presentò come una protesta, in larga maggioranza pacifica, nella quale erano inseriti gruppi violenti, specializzati in brevi incursioni alla fine delle quali rientravano nei ranghi. La tattica, ben nota, non venne adeguatamente contrastata dalle forze dell’ordine, schierate a difesa della zona rossa e piuttosto frazionate e incapaci di interventi rapidi e puntuali nel resto della città. Genova fu messa a ferro e a fuoco da minoranze violente, addestrate alla guerriglia urbana.
Il 20 luglio, in piazza Alimonda, un isolato blindato dei Carabinieri con un unico militare a bordo venne assalito dai manifestanti. Uno di essi, Carlo Giuliani, armato di un estintore, cercò di colpire il giovane e terrorizzato uomo dell’Arma. Per legittima difesa (come da sentenza) il giovane sparò, uccidendo il Giuliani.
Nel rovesciamento delle parti che avviene nelle mistificazioni storiche, Giuliani è stato trasformato in un eroe, tanto che gli è stata intitolata una sala della Camera dei deputati.
Nella notte del 20, i tantissimi «fermati» furono sistemati nella caserma Bolzaneto. Altri reduci dalla calda giornata s’erano rifugiati nella scuola Diaz. In questi luoghi, si verificarono episodi di inaudita violenza a opera degli uomini della Polizia e dei Carabinieri. Inammissibili e successivamente, per quanto possibile, oggetto di procedimenti penali.  Certo, tra i militari, costretti a subire aggressioni e agguati, privi di comandi (e di piani) adatti ad affrontare l’emergenza, si determinò la dura ritorsione, la voglia di dare una lezione a coloro che avevano in mano. 
Una pagina oscura, anzi due pagine oscure: quella della violenza dei dimostranti che si definivano no-global adottando uno slogan che, oggi, possiamo considerare caduco e falso; quella delle forze dell’ordine che tentarono di farsi giustizia da sole.
Se c’è un insegnamento per l’oggi, esso riguarda la pubblica sicurezza (fortemente attaccata in Val di Susa e lì capace di resistere in modo misurato) e i suoi limiti. 
Quanto al resto, alla popolazione giovanile, occorre renderla partecipe, informata e consapevole: in questi mesi, tuttavia, non sembra che lo Stato abbia onorato il proprio dovere civile e morale.