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EDITORIALE

L'inflazione, i tassi e il male minore

di Augusto Schianchi -

24 luglio 2021, 08:40

L'inflazione, i tassi e il male minore

L’inflazione ha ripreso a correre, almeno negli Stati Uniti, che di norma hanno un tasso superiore rispetto a quello europeo. Il dato più recente lo segnala oltre il 5%. Che è elevato rispetto agli anni passati.
Questo solleva una prima domanda: si tratta di un fenomeno passeggero che poi rientrerà, oppure siamo di fronte ad un cambio strutturale, con uno scivolamento dallo 0-2 di oggi verso il 4-6%?
A sostegno della prima tesi - aumento temporaneo dell’inflazione - vi è l’osservazione che l’aumento dei prezzi ha riguardato categorie specifiche di bene: l’energia, le abitazioni, addirittura le auto usate (perché non consegnano quelle nuove a causa della scarsità di chip), e la scarsità di materie prime e prodotti semilavorati. Come sempre accade, sono i colli di bottiglia produttivi che aumentano l’inflazione nell’occasione di una ripresa economica.
A sostegno della seconda tesi - l’aumento dell’inflazione sarà duraturo - vi è l’osservazione che in presenza di una ripresa economica forte, come quella prevista per il post-pandemia, l’aumento dei prezzi, di tutti i prezzi, è naturale, ed il successivo rallentamento si avrà soltanto in prossimità della nuova recessione.
È più probabile che il futuro andamento dell’inflazione sarà di una percentuale intermedia: da un lato la ripresa spingerà l’inflazione verso l’alto; dall’altro la globalizzazione avrà il suo impatto deflazionista. I paesi produttori di petrolio a loro volta non manterranno i patti di contenimento delle produzioni nazionali (perché sono tutti indebitati, e ognuno deve vendere il proprio petrolio), quindi i prezzi dell’energia rallenteranno, e così rallenterà l’inflazione.
A fronte dell’aumento dei prezzi, ben più critica è la posizione delle banche centrali, le quali devono chiedersi se sia possibile mantenere la politica attuale dei tassi d’interesse a zero. I tassi zero servono a contenere gli effetti dei disavanzi pubblici accumulati per la pandemia; servono a sostenere i nuovi investimenti delle imprese, ad assicurare tassi minimi per i mutui immobiliari. Purtroppo, se l’inflazione sale, ed i tassi d’interesse non seguono il rialzo, gli acquisti di titoli pubblici (e di obbligazioni) si ridurrebbero (per i titoli in circolazione cala il loro prezzo), soprattutto per i titoli a lungo termine, ponendo seri problemi di copertura del disavanzo pubblico corrente. Non solo, ma il mancato rialzo dei tassi, provocherebbe aspettative di un’ulteriore crescita dell’inflazione, aggravando il problema. Per contro, se i tassi d’interesse salgono seguendo l’inflazione, vengono a bloccarsi i benefici dei tassi bassi. (E questo sarebbe particolarmente grave per l’Italia, oltre che drammatico per i paesi emergenti).
Questo è «il dilemma del banchiere centrale»: dover sempre scegliere tra 2 mali. Per questo l’economia è una scienza triste, perché ci mette comunque di fronte a scelte che comportano sempre risultati contrapposti (l’economia non insegna a distribuire pasti gratis, che proprio non esistono).
Probabilmente, nell’ottica di scegliere il male minore, la scelta di aumentare i tassi d’interesse non sarà a breve termine. Per 2 ragioni. La prima è che le banche centrali devono anzitutto salvaguardare i bilanci degli stati e sostenere i nuovi investimenti, incluso quelli connessi al cambiamento climatico. La seconda è che l’uscita dalla pandemia non sarà così veloce come si spera (nuove varianti sono già state individuate), per le quali la copertura vaccinale attuale sarà più ridotta.
Ma il vero problema del domani non sarà l’inflazione. Sarà il lavoro, per il quale in Italia percepiamo già i primi drammatici segnali, dopo la rimozione dello stop ai licenziamenti. Anche in previsione delle future innovazioni dell’intelligenza artificiale, che porteranno a risparmiare lavoro.
Possiamo immaginare 2 scenari alternativi. Il primo è quello di un forte sostegno pubblico e delle imprese (adeguatamente incentivate) al lavoro, anzitutto in termini di formazione professionale, a fronte di altrettanto impegno da parte dei lavoratori. A partire dai 3 milioni di giovani che oggi non studiano e non lavorano.
Il secondo scenario è quello peggiore. Un mercato del lavoro fortemente selettivo, con pochi lavoratori super qualificati e ben pagati. Tutto il resto del mercato che sopravvive con «lavoretti», integrati dai vari sussidi pubblici, come il reddito di cittadinanza.
L’inclusione è uno degli obiettivi fondamentali della democrazia. Ma il solo sostegno economico non basta. E’ necessario precostituire un insieme d’incentivi (economici e sociali) che porti i soggetti protagonisti a volere la propria inclusione. 
«Lavorare conviene» potrebbe risultare l’obiettivo più difficile da realizzare.