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EDITORIALE

Salario minimo e posto fisso sono concetti obsoleti 

di Domenico Cacopardo -

30 settembre 2021, 09:04

Salario minimo e posto fisso sono concetti obsoleti 

«Scegliere di cambiare» era il titolo della relazione che il presidente Carlo Bonomi ha pronunciato il 23 settembre di fronte all’Assemblea di Confindustria e che ha così concluso: «…cambiare è certo difficile, ma non cambiare per l’Italia è fatale …».
Non si tratta di una citazione di circostanza, ma di un riferimento sostanziale in questo complesso clima politico preelettorale sotto due profili: le elezioni amministrative e la scelta del nuovo presidente della Repubblica. Tanto sostanziale che ha improntato il dibattito politico dei giorni successivi. Tra le tante discutibili idee, è emersa la riproposizione del «Patto per la politica dei redditi» firmato il 23 luglio 1993 da Carlo Azeglio Ciampi (premier): un rito, fortunatamente abbandonato, sia per la concezione simil-socialismo reale (il consociativismo a lungo tentato dal Pci e successori), sia per gli effetti marginali, sia per l’affermarsi di un modello di competitività interna non adattabile alla liturgia sindacale italiana e al suo sostanziale conservatorismo. Naturalmente, nel contesto attuale, sembra difficile parlarne e definirne il risorgere.


 E mentre sembra accantonato il cruciale tema della formazione e della riqualificazione dei prestatori d’opera, sono tornate alla ribalta due espressioni particolarmente amate dal nostro caro leader della Cgil Maurizio Landini: «salario minimo» e «tempo indeterminato». Allo stato e per fortuna, la posizione della Cgil (cui s’è accodato il sindacato ex-riformista della Uil) non è condivisa dalla Cisl, che intende tutelare l’autonomia contrattuale, come sede idonea alla contrattazione collettiva, nella quale va inserito il «salario minimo», variabile ovviamente secondo le categorie produttive. Altrimenti, se si operasse tramite un provvedimento dello Stato (che non è in agenda e che non vi entrerà, almeno per ora) emergerebbe immediatamente la sua natura punitiva nei confronti del mondo produttivo: infatti ci sarebbero settori nei quali il salario minimo, comunque definito, non sarebbe sostenibile. Nell’economia attuale c’è un’ampia area di aziende sotto-soglia, impossibilitate a offrire un salario superiore a quello in corso, pena l’uscita dal mercato o la chiusura del mercato stesso.
Il secondo concetto, il «tempo indeterminato», è anch’esso una figura obsoleta, e si sostanzierebbe nell’estensione del posto fisso del pubblico impiego alle attività private. Ora, sappiamo tutti che proprio il posto fisso è la causa principale dell’inefficienza della pubblica Amministrazione. E che la stabilità è l’opposto della produttività, della competitività, del progresso.


Nel mondo attuale il lavoro a tempo determinato, la precarietà, sono condizione normale. Nei mercati del lavoro efficienti, il tempo determinato è la norma, giacché l’occupazione è sempre contingente e il cambiamento facile e ambito. Certo, il tempo indeterminato è desiderato dal datore di lavoro nei confronti di quella parte di mano d’opera che si rivela solerte, competente ed efficiente. Il suo interesse è quello di mantenere in azienda coloro che contribuiscono alla sua sopravvivenza economica e al suo successo. Ma già in queste considerazioni c’è la risposta alla richiesta di un tempo indeterminato generalizzato, forse dirigisticamente stabilito per legge.
Del resto, il Pnrr è uno strumento finanziario provvisorio che impegnerà il mondo del lavoro italiano per 5/7 anni, un tempo importante per la crescita del Paese e per l’occupazione, ma per sua natura determinato, cioè a termine. Spazzare la strada dalle false promesse, dalle idee ottocentesche, dalla mancanza di realismo è un dovere comune.
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