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Cambiamenti climatici: nessun paese si salva da solo

 Cambiamenti climatici: nessun paese si salva da solo

di Augusto Schianchi

31 Ottobre 2021,11:21

Oggi si apre a Glasgow la Conferenza mondiale sui cambiamenti climatici, la Cop26. La conferenza (che prevede l’arrivo di 25mila partecipanti) avrà all’ordine del giorno 4 punti fondamentali.
Quanto è stato fatto, che cosa ci si è impegnati a fare, quanto è necessario fare per uno sviluppo sostenibile, come perseguire l’obiettivo di emissioni zero per il 2050.
Per quanto è stato fatto, il problema è che, anche se manteniamo gli impegni assunti, senza un impegno aggiuntivo di abbattere ulteriormente le emissioni globali di almeno il 40 per cento entro il 2030, la temperatura continuerà a salire, ben oltre i 2° previsti per il 2050. 
La Commissione per la transizione energetica sottopone alla Conferenza di Glasgow un piano in sei punti.
Il primo: una rapida e significativa riduzione nelle emissioni di metano (un gas serra potente, anche se si dissolve dopo poco tempo nell’atmosfera); il secondo: fermare subito  la deforestazione e altrettanto presto avviare la riforestazione; terzo: la decarbonizzazione del settore energetico, anzitutto ridurre l’uso del carbone più velocemente di quanto pianificato fino ad oggi; quarto: elettrificazione accelerata del trasporto su strada; quinto: decarbonizzazione accelerata per il riscaldamento degli edifici, estesa anche ai settori più difficili da abbattere, come acciaio, cemento, chimico, aviazione a lungo raggio, trasporti marittimi; per ultimo: miglioramento trasversale dell’efficienza energetica in tutta l’economia, da subito nelle nuove costruzioni, con estensione alla ristrutturazione di quelle più vecchie.
Un piano possibile, ma complesso, che necessita di adeguati incentivi, una nuova regolamentazione, una totale trasparenza, nuove tecniche per finanziare l’economia verde; soprattutto un generoso supporto – almeno 100 miliardi di dollari l’anno – ai paesi emergenti e in via di sviluppo. Nell’auspicio che i paesi più numerosi – Cina, India e Indonesia –  si impegnino a non costruire nuovi centrali energetiche a carbone.
Le istituzioni finanziarie internazionali multilaterali, a sostegno dello sviluppo, dovrebbero assicurare finanziamenti  per 300 miliardi oggi, fino a 600 miliardi a fine decennio.
Alcune considerazioni. Il problema fondamentale è la fornitura di energia elettrica, da ottenere con modalità “carbon-neutral”; dovrà essere riaperta l’opzione energia nucleare? In secondo luogo, va ripensato il sistema dei prezzi (ad esempio troppo bassi quelli del carbone), che, se rimanesse  incontrollato, inevitabilmente porterebbe all’esplosione delle quotazioni, come si è visto in queste ultime settimane. Per inciso, l’aumento dei prezzi per l’energia trascina sempre anche quelli delle materie prime alimentari, aggravando drammaticamente i problemi. Ultima considerazione, nessun paese si salva da solo: Cina, Stati Uniti, Unione europea e  India devono cooperare per trovare soluzioni condivise. Sul fronte opposto, i paesi ricchi devono aiutare i paesi poveri a uscire dalla trappola del cambiamento climatico.


La conferenza di Glasgow sarà inondata da fiumi di parole di esortazione, con tante promesse d’impegno. Sarà un misto di scienza, diplomazia, attivismi di ogni genere, con una giusta invasione dell’opinione pubblica. Ma con due verità collaterali.
Per arrivare a un impegno comune (come a Parigi nel 2015) è necessario l’accordo di tutti i paesi, a partire dai più fragili.
Per rinnovare uno sviluppo che garantisca condizioni di vita decente alla stragrande maggioranza degli 8 miliardi di persone che abitano la Terra, non possiamo – come oggi –  basare i nostri modi di vivere (di produzione e di consumo) sull’impiego di fonti energetiche fossili come il carbone, il petrolio ed il gas naturale.
 

© Riproduzione riservata

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