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Parole chiave: parità e libertà

di Chiara Cacciani -

25 novembre 2021, 08:38

Parole chiave: parità e libertà

Ne leggiamo, ascoltiamo e scriviamo da giorni.
 E forse più che mai in questo 25 novembre c'è la necessità di chiarire cosa non è  parlare di violenza sulle donne.

Ne leggiamo, ascoltiamo e scriviamo da giorni. E forse più che mai in questo 25 novembre c'è la necessità di chiarire cosa non è parlare di violenza sulle donne. Parlare di violenza sulle donne non è armare una guerra tra sessi: di qua le femministe incattivite e di là i maschi sulla difensiva.
Non è pensare che tutti gli uomini siano violenti e che i non violenti debbano scusarsi per colpe «di genere».
Non è immaginare soli scenari di degrado, di malattia psichica, dell'essere straniero in un Paese più evoluto, di trappole di sconosciuti incrociati per strada. 
Parlare di violenza sulle donne non è fare vittimismo attraverso la parola «femminicidio».

Non è pretendere di revisionare film, opere liriche e cartoni animati figli di altre epoche e della storia.
Non è nemmeno scambiare un corteggiamento per una molestia. E neanche essere poco disponibili all'ironia.
Non è chiuderla con il dono di uno spray al peperoncino e un corso di autodifesa per ribadirci sottilmente - e presumo inconsciamente - che è un problema nostro, e noi a doverci difendere.

Parlare di violenza sulle donne, soprattutto quando sono le donne a farlo, è invece la ricerca non di una guerra ma di un'alleanza: con gli uomini, certo. 
E certo che i toni spesso hanno le modulazioni della rabbia e dell'esasperazione, non solo quelli delle femministe: per non essere mai davvero ascoltate, per la frustrazione di vederne morire una ogni tre giorni, perché non ci si salva da sole e ne conosciamo troppe e vicine che non riescono ad uscire dall'ombra dell'indifferenza e del «se lo sarà cercata». Perché le nostre bambine e le nostre ragazze si portano a casa il peso di un ruolo che non hanno voluto, e di stereotipi e resistenze che le convincono di dover restare un po' a lato, forse dietro, e faticare almeno il doppio se non vogliono accettarlo. E la loro autorevolezza? Per gentile concessione, nel caso.

Parlare di violenza sulle donne è cercare faticosamente di raccontare un quotidiano in cui affondano tenaci e concretissime radici culturali. 
Parlare di violenza sulle donne è tentare di destrutturare il "non mi riguarda" con cui si riparano tanti adulti, e di provare a ripartire da loro: le generazioni nuove. In questi giorni sono molti gli istituti scolastici che hanno avuto la lungimiranza di offrire l'occasione ai loro studenti e alle loro studentesse di confrontarsi su questo tema. 

 Abbiamo bisogno che ragazze e ragazzi crescano pensando che con la passione, la determinazione, l'impegno possono diventare ciò che vogliono: nella scuola, nello sport, nel lavoro. Che la vita non finisce dopo un "no" ma da lì fa partire altre strade. Che davanti a commenti e chat volgari o violente si può fermare la catena. Che l'amore, quello vero, non ha armi, lividi, giganti buoni che poi uccidono e nemmeno pretesti: non la gelosia, non la richiesta di una separazione, non il raptus, non il troppo (?) amore. 
Abbiamo bisogno che siano consapevoli di poter cambiare questo nostro e loro mondo partendo da parole come rispetto, dignità e opportunità. Tutte precedute da un'altra parola: pari. Diversi ma pari. Pari e liberi. Pari e libere. 
Perché  tutto ciò che ingabbia una donna, alla fine ingabbia anche gli uomini che le stanno accanto: padri, compagni, figli, amici, colleghi. E quando alla fine ce ne accorgiamo, non è mai una buona notizia.