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L'alta finanza e la realtà delle aziende manifatturiere

L'alta finanza   e la realtà  delle aziende manifatturiere

di Franco Mosconi (Professore di Economia e Politica Industriale all’Università di Parma)

31 Maggio 2020,09:30

La narrazione, di alcuni anni or sono, è ambientata a Londra nella sede di una grande banca d’affari anglosassone: «Secondo Giorgio il fiuto del trader non esiste: i soldi in finanza si fanno solo con modelli matematici e l’elemento umano serve unicamente a costruirli. I modelli, che vengono chiamati reti neurali, simulano il ragionamento di tutti i cervelli che operano sui mercati, anticipandone le reazioni».
Il brano è tratto dal quarto capitolo (“The trading floor”) del noto romanzo “I Diavoli” scritto dal banchiere Guido Maria Brera (Rizzoli, 2014), libro da cui è stata tratta la serie televisiva trasmessa fra aprile e maggio su Sky Atlantic. Serie tv dall’indubbio successo, in primis per le vicende umane e professionali che legano e, al tempo stesso, contrappongono i due principali protagonisti: Dominic Morgan, il grande capo (interpretato da Patrick Dempsey) e Massimo Ruggero, l’enfant prodige (interpretato da Alessandro Borghi), ma senza dimenticare l’affascinante ed enigmatica Nina Morgan, moglie di Dominic e amica di Massimo (interpretata da Kasia Smutniak).
Riprendiamo la narrazione dal floor: «I prezzi, Kalim, si muovono in maniera imprevedibile come le molecole calde quando incontrano quelle fredde! E’ il secondo principio della termodinamica, che ti dice che cambiando alcune condizioni di partenza è istantaneo passare dall’ordine al caos…».
Che cosa insegna ciò che avviene nel campo di battaglia dominato dai Diavoli? E possiamo rovesciare ciò che apprendiamo in qualcosa di più coerente con la nostra società e la nostra economia?
Domande tutt’altro che banali, tanto più se le inseriamo nel contesto socio-economico di questo nostro tempo, quello del Covid-19: un contesto dominato dall’incertezza, come ha sottolineato il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, nelle sue Considerazioni finali di venerdì scorso. Eppure, qualche piccolo-grande insegnamento – ragionando “a contrario” - possiamo e dobbiamo trarlo anche da un romanzo e da una finzione cinematografica che, si badi bene, descrivono con accuratezza i meccanismi dell’alta finanza internazionale. Se ne intravvedono almeno due.
Primo, il breve termine: in quel mondo lì è quasi un imperativo categorico, e tante speculazioni si giocano nel breve spazio di una notte. Gli arricchimenti – sia delle banche d’investimento, sia dei singoli banchieri e trader - possono essere rapidissimi, anche se non mancano le operazioni col segno negativo. Ora, il mondo a noi più vicino e che caratterizza la nostra economia  – l’industria manifatturiera – ha un modus operandi assai diverso: guarda al medio-lungo periodo perché sa che occorre oggi investire (in ricerca, tecnologia, impianti e macchinari così come in capitale umano) per avere la ragionevole certezza di raccogliere, un domani, i frutti di questo sforzo (le innovazioni di processo e di prodotto magistralmente descritte da Joseph Schumpeter più di un secolo fa).
Secondo, l’individualismo: i dialoghi più sopra riportati lo raccontano con maestria. Tante operazioni di successo dipendono dalla prontezza con cui una persona che sta in alto nella piramide prende una decisione e, un secondo dopo, un’altra schiaccia il pulsante giusto sul computer dove, per l’appunto, girano i modelli per far soldi a mezzo di soldi. Ancora una volta, il mondo a noi più affine – quello della produzione di beni (del Made in Italy, se vogliamo, in tutte le sue specializzazioni) - racconta un’altra storia. Beninteso, anche l’imprenditore manifatturiero ha fra le sue caratteristiche personali una certa dose di individualismo, e non potrebbe essere altrimenti nel momento in cui è l’imprenditore che assume su di sé il rischio d’impresa. Ma le nostre imprese - a partire proprio da quelle emiliane, piccole o medie o grandi che siano - sanno bene che hanno successo soprattutto quelle che sanno cantare in coro. Ossia, le imprese capaci di investire su tutta la forza lavoro e, al di fuori dei confini aziendali, di prendersi cura delle comunità in cui esse operano.
C’è, in verità, un terzo insegnamento che ha a che fare proprio col mondo finanziario. E anche in questo caso, la Via Emilia (lo stesso può naturalmente dirsi di tante altre parti del Paese) racconta un’altra storia rispetto alle “diavolerie” della coppia Morgan-Ruggero o, se si preferisce, Dempsey-Borghi. L’Emilia-Romagna presenta due risultati di non breve momento. Anzitutto, ha grandemente contribuito con molte delle sue banche alla formazione dei due maggiori gruppi bancari del Paese (Intesa Sanpaolo e UniCredit). E c’è di più: ciascuna delle tre province dell’Emilia centrale – Parma, Reggio Emilia, Modena – ospita oggi il quartier generale di solidi Istituti bancari che, nati molto tempo fa come banche locali, strada facendo sono cresciuti trasformandosi in Gruppi bancari nazionali (Credem e Bper) e, nel caso di Crédit Agricole Italia (già Cariparma), diventando parte del quinto gruppo dell’Eurozona. Sono banche che hanno conservato la parte preponderante del loro core business nell’attività a favore di famiglie e imprese, a cominciare dalle loro necessità di finanziamento degli investimenti (case, fabbriche, impianti, e così via). 
E’ un’attività, forse, meno scintillante di quella dei “Diavoli”, ma più vicina ai bisogni delle nostre comunità. Per i fuochi d’artificio, va benissimo Sky Atlantic.
 

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